Il saluto atteso

Il saluto atteso

Crisi di una introduzione comunicativa 

 

Il saluto atteso
Iniziare garbatamente con un saluto

 

Il primo passaggio

La condizione di partenza di una conversazione è il saluto. Invero, il saluto è atteso in ogni situazione in cui si apre una comunicazione, ad esempio alla radio, nello schermo televisivo. Esso ha una (vaga) parvenza di formalità, per questo è detestato da coloro che credono sia un ostacolo alle relazioni immediate. E’ vero il contrario, perché il saluto ben dispone l’interlocutore ad accettare il dialogo.

Il saluto è espressione di cortesia, di buon senso, di buone maniere, manifesta le competenze relazionali di chi si incontra. Esso serve a richiamare (“ancorare”, secondo Goffman) l’attenzione di colui/colei con cui desideriamo parlare. In numerosi ambienti e situazioni esso è atteso, spesso richiesto.

 

Il passaggio saltato

Quando siamo chiamati a parlare con una persona che non (ci) saluta, ma parte immediatamente con i suoi argomenti, sorgono in noi dei dubbi sui modi e sulla sincerità di chi parla. Come ci considera? Come intende trattarci?

Salutare decorosamente chi incontriamo significa, oltre a tutto, dimostrargli rispetto e la giusta considerazione. 

 

Il saluto del giornalista

Il conduttore / la conduttrice del telegiornale, prima di iniziare, saluta all’indirizzo delle telecamere. Durante il TG, vari altri giornalisti inviati danno le notizie e raccontano storie, abbiamo però notato che sono pochi coloro che educatamente salutano il pubblico prima del loro servizio. Facendo notare il caso ad altri attorno a noi, ci è stato risposto «è normale». In pratica, ci si stupisce del contrario.

Forse mancano i saluti perché gli inviati hanno tempi stretti, forse perché hanno già salutato i loro colleghi prima di ottenere il collegamento e credono sia sufficiente. Ad ogni modo, è una prassi molto frequente.

Nei talk show (politici) succede allo stesso modo: il presentatore inizia salutando tutti, ma non sempre i suoi ospiti ne imitano il comportamento. Abbiamo l’impressione che il pubblico non sia tenuto in grande considerazione (in studio e a casa), pare che siano tutti maggiormente concentrati sugli argomenti e sulle discussioni (spesso esacerbate) da sostenere con gli altri ospiti. 

 

Il saluto televisivo generalista

I programmi della TV di intrattenimento osservano un diverso approccio. Essendo per la quasi totalità recitazione e finzione, conduttori e ospiti si attengono al copione che impone formalità, grande rispetto, buonissime maniere. Per tali motivi, i saluti iniziali e finali sono copiosi ed ostentati. 

 

Il saluto obbligatorio

Nell’ambiente militare è obbligatorio salutare per primi un superiore di grado. La regola afferma che si saluta il grado e non la persona specifica, non è un fatto personale condizionabile da antipatie o simpatie. Quello militare è un esempio di saluto codificato e standardizzato.

E’ obbligatorio (secondo le buone maniere e la prassi) salutare i dirigenti e i proprietari dell’azienda, i professionisti di cui si chiedono i servizi come commercialisti, avvocati, notai, architetti, ingegneri; è bene salutare i propri insegnanti. E’ buona norma salutare con rispetto il padre della propria fidanzata e della propria moglie.

Questi ultimi saluti obbligatori sono anche detti deferenti. Ossequiosi sono i saluti che portiamo alle persone che appartengono a livelli sociali più elevati del nostro, a coloro il cui intervento ci è utile a risolvere varie difficoltà. Il nostro saluto deferente, verso tutte le categorie citate, riconosce sancisce e conferma lo status di superiorità di chi lo riceve. 

 

Il saluto atteso
Un saluto “professionale”

 

Il saluto commerciale

Quando si entra in un negozio o in uno studio medico, si ha l’aspettativa (conscia o inconscia) di essere trattati con riguardo, se non altro perché si stanno per acquistare beni o servizi.

Le buone maniere ci suggeriscono che sia bene rivolgere “buongiorno” a coloro che vi lavorano, nonché attendere un congruo saluto di risposta.

La realtà quotidiana ci ha messo di fronte a scene del tutto inaspettate, come il commesso di negozio che ci guarda storto per motivi suoi, l’impiegata che risponde “ciao” sbrigativo e poco cordiale, il medico che assorto nei suoi pensieri nemmeno risponde, la cassiera che non alza minimamente lo sguardo dalla tastiera o dallo scanner fa il conto ignorando qualsivoglia cenno di “arrivederci”. Non possiamo dimenticare il commercialista con camicia bianca e bretelle, che ci ha rivolto apprezzamenti negativi perché non conosciamo l’ultima norma in materia di detrazione fiscale; il tutto senza saluti né cordialità alcuna.

I tempi della moderna socialità temporanea ci hanno avvolto nella totale disattenzione verso gli altri, fatto che diventa ancora più scomodo nel caso di attività professionali. Gli anziani chiamano questi modi di fare semplicemente maleducazione. Non parleremo bene di quei commessi né di quel medico né del nostro commercialista. 

 

Il saluto atteso
E’ purtroppo facile incontrare personale non garbato

 

 

Il saluto corretto 

 

«Salutare significa dedicare in quel momento la vostra attenzione a chi vi sta davanti» (R. Bellinzaghi).

 

Crediamo che il saluto debba essere genuino, poiché si capisce immediatamente se non è sincero ma finto. Non rispondere a un saluto ha una valenza negativa, così come essere apertamente sgarbati.

Il classico esempio è l’incontro con un amico: inconsciamente sorridiamo, anche gli occhi pare si allarghino, la voce è limpida, le parole sono chiare. Il saluto portato a un amico è inequivocabilmente felice, non ci sono recite.

 

Il saluto atteso
Salutare un’amica

 

Una modalità simile andrebbe tenuta anche con i conoscenti, per trasmettere cordialità e meglio disporre chi abbiamo davanti.

In generale, un corretto saluto prevede di guardare negli occhi l’altra persona, possibilmente si dovrebbe sorridere, nel caso porgere la mano o agitarla se si è lontani, infine usare parole di cordialità e rispetto, consone alla situazione.

Le parole dovrebbero contenere forme adeguate, il “tu” è la forma familiare destinata a coloro con cui c’è confidenza; il “lei” è la forma di cortesia destinata alle persone sconosciute, più importanti, con le quali esiste un rapporto decisamente formale.

I suggerimenti per un saluto corretto rimandano al tanto vituperato “galateo”, ossia la raccolta di indicazioni per sapere come comportarsi in ogni occasione di incontro sociale. Il galateo è deriso da coloro che odiano i modi formali, gli atteggiamenti affettati. Concretamente, non si può trattare allo stesso modo un avventore al bar e il proprio capo ufficio. Le buone maniere ci suggeriscono cos’è la convivenza civile, ci forniscono gli strumenti per adattarci ad ogni situazione relazionale.

 

Il saluto di commiato

Tale forma di saluto non necessita in teoria di grandi spiegazioni, tuttavia pare che generalmente non sia valutata appieno. Il commiato possiede il suo tempo specifico per entrare in scena, ossia quando ci si allontana da qualcuno. I congedi possono essere temporanei oppure definitivi. Gli ultimi si avvolgono di atmosfere tristi, solenni.

Il commiato temporaneo chiude una conversazione nel qui ed ora, nutre la prospettiva di riaprirla in un futuro prossimo, è una prospettiva del tutto positiva. Sulla base di quelle considerazioni, ci si attendono gesti consoni come ad esempio una stretta di mano, un abbraccio, parole prospettiche come “arrivederci a presto”, sempre rispettando l’etichetta vigente nel contesto (ambiente) in cui ci si trova. Ci aspettiamo il rispetto della forma comunicativa tradizionale, per motivi di considerazione reciproca.

Abbiamo notato che, anche in questo caso, le attese personali ci hanno tratto in inganno. Sempre più spesso, il saluto di commiato è dimenticato – bypassato – trascurato, volutamente oppure per altri motivi. Le persone se ne vanno alla chetichella, si avvicinano all’uscita e improvvisamente scompaiono.

 

«Scusa Giulio hai visto Paolo?

Si, se n’è andato poco fa.

Ma non mi ha salutato.

A me si!»

 

La sensazione, in quel caso, è di non chiudere l’incontro, di non terminare il colloquio la conversazione il dialogo, di non essere considerati. Tutto rimane idealmente aperto e sospeso.

La brutta sensazione si ingrandisce se incontriamo di nuovo la persona oggetto di conversazione mai chiusa e finge di non conoscerci.

Vorremmo avanzare l’ipotesi per cui, se non ci si ricorda di salutare la persona al momento dell’allontanamento, significa che il rivedersi non è auspicabile. Aumenta il numero delle persone indesiderate oppure aumenta il grado di non sopportazione in generale?

Ad entrambe le opzioni aggiungiamo un buon grado di scortesia e cafonaggine.

 

Il saluto finto

Ogni giorno dobbiamo trattare con situazioni noiose e difficili, spesso dobbiamo approcciarci a persone non gradite, o semplicemente antipatiche. Il caso non sempre è magnanimo, in maniera imprevedibile ci troviamo di fronte ad individui che non vorremmo incontrare. Frequentemente scegliamo (moderatamente parlando) di usare un saluto finto. Recitiamo il saluto, facciamo finta di essere felici di incontrare Federico, Flavio, Pier Luigi, Franca, eccetera. Sfoggiamo un sorriso da antologia, allunghiamo la mano per una bella stretta reciproca, facciamo qualche domanda cortese molto di maniera.

Nel caso, invece, non si riesca a passare nella modalità recitazione, corriamo il rischio di far capire al nostro interlocutore tutto il nostro disappunto per l’attuale incontro. Nessun sorriso nemmeno plastico, mano flaccida, poche parole. L’impressione trasmessa è di voler terminare in fretta lo spiacevole incontro. 

 

Il saluto negato

Negare il saluto ha un significato molto forte, ossia “disconfermare” quella persona.

Di solito, le persone attente evitano il contatto con gli indesiderati, fanno finta di non avere visto, fingono di essere impegnati in operazioni inderogabili.

Nel caso il contatto con un individuo indesiderato sia stato raggiunto (malgrado tutti gli sforzi per evitarlo) e non si voglia confermare quell’individuo, l’unica soluzione possibile è negare il saluto e andare via.

Non è una pratica rara, tutt’altro, l’abbiamo osservata spesso anche su di noi. Negare il saluto è abituale soprattutto se all’orizzonte non c’è il pericolo di conseguenze rilevanti. Se inoltre consideriamo che pochi sono coloro che chiedono spiegazioni per non avere ottenuto risposta al proprio saluto, il quadro è completo.

L’ultimo esempio riguarda lo snob, che nega il proprio saluto a chi crede sia inferiore. Per lo snob, gli inferiori non valgono niente, non gli creano pericoli sociali talmente grandi da metterlo in imbarazzo.

 

Togliere il saluto

Allo stesso modo, togliere il saluto a qualcuno è un atto di allontanamento che interrompe il contatto (flebile o stabile). E’ indubbiamente un atto ostile, causato da irritazioni, screzi, incomprensioni, equivoci, diatribe, sopravvenute antipatie. Se non si vedono i presupposti per un chiarimento a tu per tu, il contatto relazionale non è riparabile.

 

L’importanza negata

Viviamo occasioni in cui incontriamo qualcuno che ci saluta sgarbatamente, in malo modo, senza rispettare le nostre aspettative. In quei momenti rimaniamo offesi, contrariati, dispiaciuti, ma facciamo i superiori, facciamo finta che non sia importante. In realtà siamo stati privati di attenzione e di rispetto.

Senza un adeguato saluto manca l’elemento iniziale della socievolezza, non si vedono i presupposti di un’amicizia. Un qualsiasi opinionista potrebbe ribattere affermando che molte amicizie sono nate senza saluti. In effetti, non c’è mai fine alla tolleranza dell’altrui maleducazione.

Attualmente, la pratica del saluto vive una crisi profonda, che ha offuscato l’origine antropologica del saluto stesso. Esso è nato per verificare che nell’altra parte non ci fossero intenzioni ostili e per garantire i propri buoni propositi. La stretta di mano sigilla il saluto, priva di armi priva di ostilità.

A causa della crescente libertà dei costumi e della dilagante informalità, abbiamo perso la consapevolezza del significato del saluto, facciamo finta che vada tutto bene, accettiamo modi maleducati. Anche i banali gesti convenzionali delle buone maniere sono banalizzati e lasciati da parte. 

 

Il Saluto atteso
Arrivederci!

 

Riferimenti bibliografici

E. Goffman, “Il comportamento in pubblico”, Einaudi, Torino, 1971

E. Goffman, “Relazioni in pubblico”, Bompiani, Milano, 1981

T. Reik, “L’imbarazzo nel saluto”, in T. Reik, “Trent’anni di psicoanalisi con Freud”, Newton Compton, Roma, 1974

R. Bellinzaghi, “Il galateo”, Giunti Demetra, Firenze, 2010

V. Cesari Lusso, “Dinamiche e ostacoli della comunicazione interpersonale”, Erickson, Trento, 2005 

 

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Pubblicato da Il Sociale Pensa

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