Africanizzazione

Africanizzazione dei Paesi Europei, senza integrazione

Una riflessione controcorrente

 

 

Africanizzazione
Africanizzazione dell’Italia

 

 

Confronti culturali

Africa, Europa due continenti vicini ed estremamente lontani per usi, costumi, tradizioni, cultura, salvaguardia del diritto, custodia della democrazia, produzione di benessere.

In Africa la povertà e la violazione dei diritti umani sono fattori endemici, che non fanno più cronaca. L’Islam, in quanto potere politico e sociale, ha ben attecchito, aumentando il numero dei seguaci. Non ha però portato benefici, né progresso, né democrazia.

Le stime di alcuni servizi segreti occidentali parlano di uno o forse due milioni di persone in attesa di imbarcarsi per l’Europa, presso i porti del Nord Africa. Le statistiche dei richiedenti asilo affermano che solo una piccolissima parte di essi ottengono lo status di rifugiato politico, di profugo. Questo elemento conferma che la migrazione Africa-Europa è sostanzialmente economica.

 

Flussi migratori incontrollati

Negli ultimi anni, i flussi migratori verso l’Europa si sono intensificati e ingranditi nei numeri. In particolare, nei mesi di tutto il 2016 abbiamo assistito a un aumento considerevole degli arrivi. La Comunità Europea e i suoi membri continuano a considerare il flusso migratorio come “emergenziale”, pertanto attuano politiche inefficaci alla sua gestione.

La maggioranza dei migranti intende proseguire il viaggio verso il ricco Nord Europa, ma si trova bloccato nel Sud Europa dalle leggi, appunto, europee sul diritto d’asilo (Regolamento di Dublino). Chi rimane in Italia, Spagna, Grecia si confronta con l’endemica carenza delle opportunità di lavoro e con la cronica mancanza degli alloggi popolari. L’assenza di lavoro produce attività illecite e criminose (M. Barbagli “Immigrazione e criminalità in Italia”, Il Mulino, Bologna, 1998, pag. 119); la mancanza di una decorosa sistemazione abitativa produce l’occupazione illegale degli alloggi popolari, regolarmente assegnati ad altre persone (italiane e straniere), ma anche l’occupazione abusiva di immobili vuoti come seconde case o casolari agricoli.

 

Tendenze socio-culturali degli immigrati

Nel Paese che li accoglie, gli immigrati stranieri tendono a raggrupparsi e a concentrarsi in zone urbane specifiche.

(…) “Una volta arrivati in città, gli immigrati in genere si concentrano nelle aree abitate da gruppi simili per retroterra linguistico e culturale, creando delle nuove strutture sub-comunitarie.” (A. Giddens “Sociologia”, Il Mulino, Bologna, 1994, pag. 519)

Gradualmente ne prendono possesso in modo talmente massiccio e perentorio da non lasciare altra scelta ai vecchi residenti se non l’abbandono e il trasferimento altrove. I vecchi residenti, che non possono andarsene, non sempre sperimentano una convivenza pacifica.

 

Africanizzazione

In quelle aree urbane, gli immigrati mirano a replicare le loro comunità d’origine, intendendo con ciò la riproposizione di usi, costumi, regole tradizionali anche tribali (subcultura). Il termine che identifica questa pratica antropologica è “africanizzazione” del territorio di accoglienza. Interi quartieri mutano composizione etnica e sociale, le regole di convivenza vengono sovvertite, compaiono usi e costumi tipici delle comunità africane. Si assiste alla sostituzione sociale nelle aree urbane interessate: i residenti autoctoni si spostano, lasciando campo libero ai nuovi arrivati, i quali si moltiplicano grazie ai nuovi arrivi e ai ricongiungimenti famigliari. Nei territori “africanizzati”, gli immigrati diventano di fatto la maggioranza.

L’africanizzazione porta alla creazione di ghetti dominati dalla subcultura di riferimento. Il ghetto è “area, settore, quartiere, distretto di una città o di una comunità locale in cui vive segregata sotto l’aspetto residenziale, e talvolta anche sotto l’aspetto dell’occupazione, una popolazione differenziata dal resto degli abitanti per tratti come la religione, le caratteristiche etniche, la razza.” (…) “Un vero ghetto possiede in molti casi, oltre a una specifica subcultura, un proprio sistema di potere e di influenza, una peculiare forma di economia e di mercato del lavoro, una stratificazione sociale difforme da quella esterna.” L. Gallino “Dizionario di sociologia” TEA-UTET, Milano Torino, 1993, pag. 323-324, 676.

 

Comunità islamiche intraprendenti

Le comunità più organizzate sono le islamiche, che si propongono presso le istituzioni locali come interlocutrici previlegiate, inoltrano le loro richieste di vario genere: sussidi e finanziamenti, apertura di moschee, eccetera. Le comunità islamiche identificano una particolare via all’africanizzazione dell’Europa, in quanto oltre alla riproduzione degli usi e dei costumi, si adoperano per una vera e propria colonizzazione di ampie porzioni del territorio, per mezzo delle moschee legali o clandestine, l’imposizione delle leggi islamiche, l’intimazione del velo alle donne.

Pertanto, per quanto riguarda le comunità musulmane in Europa, si può parlare di islamizzazione oltre che di africanizzazione del territorio d’accoglienza.

 

Nelle metropoli europee

In tutte le grandi città europee (Parigi, Bruxelles, Barcellona, Madrid, Londra, Berlino, Colonia, Atene) come in quelle italiane (Roma, Milano, Torino), si osservano zone urbane interi quartieri occupati e diretti dalle comunità di immigrati stranieri, divisi per etnie. Un esempio tristemente famoso è Via Padova a Milano, balzata alle cronache per il degrado denunciato dai residenti italiani, causato dalla massiccia presenza di stranieri immigrati. Tempo fa, in Via Anelli a Padova si è registrato un caso analogo.

In Francia sono ben conosciute le “banlieu”, veri ghetti dove si assembrano migliaia di immigrati africani in condizioni precarie, condizione che ha generato gravi fatti di insofferenza e violenza. Molenbeek è un quartiere che si trova a ovest del centro di Bruxelles, da dove sono partiti alcuni dei terroristi islamici che hanno terrorizzato il Belgio e la Francia. Questi sono solo piccoli esempi di zone urbane europee africanizzate e islamizzate.

 

Difficile integrazione

In quei contesti urbani occupati non è semplice parlare di integrazione, ossia di inserimento nella società europea di accoglienza. Non c’è accettazione dei valori culturali europei, in taluni casi ci sono aperta ostilità e ostracismo da parte degli stranieri immigrati.

Se gli stranieri immigrati dimostrano scarsa o nulla propensione a rispettare le regole e le leggi del Paese ospitante, ma anche scarso rispetto della sua cultura (usi e costumi, regole di convivenza), il risultato sarà la creazione di gretti, sarà la separazione etnica e sociale, l’incomprensione fino ad arrivare allo scontro sociale, come è successo a Los Angeles nel 1991/1992, o come è successo nelle banlieu francesi nel 2005.

 

Responsabilità politiche

La politica è disattenta a queste dinamiche, tende a minimizzarne i contenuti e gli effetti. Una parte della politica italiana è per sua stessa natura “esterofila” e incurante della cultura nazionale. Basta notare come gli amministratori locali hanno negato le feste cattoliche/cristiane, sostituendole con altre laiche, non appartenenti alla tradizione, solo per “non offendere i nuovi arrivati”. D’altro canto, la politica considera gli stranieri immigrati come un nuovo e importante bacino elettorale, nonché di manodopera a basso costo.

L’opinione pubblica, nel suo insieme, considera “il fenomeno migratorio” e le sue conseguenze come processi inevitabili della globalizzazione.

Chi, invece, ne valuta direttamente gli effetti sono i singoli cittadini che desiderano solo vivere in tranquillità nel proprio quartiere. L’aumento della criminalità, la svalutazione immobiliare, la difficile convivenza con i nuovi vicini di casa poco inclini al rispetto dei costumi locali può rendere ostica l’integrazione sociale, da entrambe le parti.

 

Il quartiere di San Siro a Milano: ghetto islamico africanizzato

 

 

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