L’arte del politicamente corretto

Eufemismo, neologismo e ipocrisia nella comunicazione: è politicamente corretto.

 

 

politicamente corretto
Politicamente corretto

 

 

Il linguaggio politico è inteso a far sembrare veritiere le menzogne e rispettabile ogni nefandezza, e a dare parvenza di solidità all’aria fritta

George Orwell, “Politics and the English Language

(citato in R. Hughes, “La cultura del piagnisteo”, Adelphi, Milano, 2003, pag. 34)

 

 

La sostanza e la forma

Tutto ciò che vediamo e di cui parliamo ha termini precisi che lo identificano, termini che si imparano durante la socializzazione, grazie ai genitori, a scuola e all’università. Le parole rimandano a persone, a oggetti, a fatti, ad avvenimenti sostanziali.

Da qualche tempo, è stato introdotto nella comunicazione politica e sociale un nuovo criterio, che mira a cambiare i termini per renderli più morbidi, generici, meno offensivi.

Cambia la forma e resta la sostanza.

E’ questo il ruolo del politicamente corretto, un arte lessicale che impone di usare le parole in modo eufemistico, con l’obiettivo finale di camuffare o nascondere il reale significato dei fatti, delle cose e delle persone.

Il politicamente corretto impone parole e termini che non rechino offesa; esso mira a condizionare la comunicazione.

Cambiano le parole ma non cambia il trattamento riservato a coloro chiamati in causa, ma soprattutto non spariscono dall’elenco dei problemi sociali: neri (negri), gay (omosessuali, pederasti), diversamente abili (handicappati, disabili), in attesa di giudizio (delinquenti, criminali) (R. Hughes, “La cultura del piaghisteo”, Adelphy, Milano, 2003, pag. 34, 40).

L’arte del politicamente corretto ama le minoranze, di qualsiasi tipo o segno esse siano e il multiculturalismo (E. Crisafulli, “Igiene verbale”, Vallecchi, Firenze, 2004, pag. 30, 33).

 

I natali del politicamente corretto

L’arte del politicamente corretto ha visto i propri natali nel mondo anglosassone, in particolare negli Stati Uniti d’America. Proprio in quei luoghi è nata l’esasperazione più grande dell’ipocrisia verbale.

L’idea che si cambi una situazione trovandole un nome nuovo e più gradevole deriva dalla vecchia abitudine americana all’eufemismo, alla circonlocuzione e al disperato annaspare in fatto di galateo, abitudine generata dal timore che la concretezza possa offendere. Ed è un’abitudine tipicamente americana” (R. Hughes, “La cultura del piaghisteo”, Adelphy, Milano, 2003, pag. 37).

 

L’arte del politicamente corretto in Italia

Dopo aver ottenuto un certo benessere economico, con i famosissimi anni ’60, anche l’Italia si è affacciata sul panorama intellettuale (o pseudo tale) del superfluo. Dopo aver saziato i bisogni primari, si poteva dare spazio a tutto ciò che primario ed essenziale non è.

Se con le lotte studentesche e di classe degli anni ’60 e ’70, le persone rivolgevano l’attenzione ai diritti civili (condivisibili o meno, non ha importanza ora), dopo gli anni ’80 gli intellettuali (veri o auto definiti) si sono dedicati ad argomenti meno impellenti, ma sicuramente di grande impatto mediatico.

Le parole, le definizioni, il linguaggio hanno assunto un importanza sempre più crescente, in corrispondenza dei temi di attualità: il dibattito politico soprattutto.

Nonostante i problemi concreti per le persone comuni (la disoccupazione, l’inflazione, la crisi petrolifera, la scala mobile, “arrivare a fine mese”, la mobilità sociale, le case popolari eccetera eccetera), gli intellettuali – politici e quelli politicamente schierati – hanno proposto al dibattito pubblico discussioni sulle parole, sul garbo nella comunicazione.

L’arte del politicamente corretto è entrata trionfalmente sul suolo italiano, si è seduta comodamente sulle poltrone dentro e fuori al Parlamento, nei comizi, in televisione, nei Consigli Comunali.

L’espressione <<politicamente corretto>> è stata coniata in ambiente marxista per elogiare l’acquiescenza all’ortodossia e appartiene naturaliter all’armamentario ideologico della sinistra massimalista e giacobina” (E. Crisafulli, “Igiene verbale”, Vallecchi, Firenze, 2004, pag. 34).

Ciò significa che, nonostante l’arte del politicamente corretto sia un’invenzione americana e anglosassone, la politica italiana se ne è appropriata rivendicandone le radici marxiste e vetero comuniste.

Nello specifico, la sinistra italiana (di qualunque estrazione e definizione) è molto attenta ai precetti del politicamente corretto, perché è convinta che sia parte integrante della propria storia e del proprio pensiero. Comunque ne approva la metodologia e le motivazioni sostanziali.

Potremmo dire che l’ideologia di un tempo si è trasformata, quindi, in una corrente di pensiero onnipresente che condiziona razionalmente la comunicazione politica e sociale.

 

Regole della comunicazione

La comunicazione tra le persone è retta da regole, scritte e non scritte. Non tutti i pensieri possono essere comunicati all’esterno della propria mente.

Nella comunicazione pubblica, in particolare di stampo politico, sono stati adottati criteri più stringenti per delimitare il campo d’espressione, per evitare di offendere una determinata platea di pubblico.

I sostenitori del politicamente corretto agiscono sulla comunicazione operando una censura morale, preventiva e/o successiva, contro chi usa parole giudicate non idonee (E. Crisafulli, “Igiene verbale”, Vallecchi, Firenze, 2004, pag. 36).

 

Essere positivi

Trovare scritto sulla stampa che un personaggio pubblico, specie se politico, è amatissimo nel suo Paese significa porre una prospettiva comunicativa di segno positivo, che comunque nessuno andrà a verificare.

E’ un’affermazione che non irrita nessuno, della quale forse qualcuno potrà sorridere, ma per la quale nessuno (o quasi) si indignerà.

Al contrario, se della stessa persona (o di altre) si scrivessero parole negative, fornendo considerazioni esplicitamente negative come “personaggio odiatissimo dal pubblico”, possiamo prevedere un’insurrezione mediatica accompagnata da condanne morali e moralistiche.

L’esempio si inserisce perfettamente nella prospettiva della comunicazione politicamente corretta, poiché risponde ai principi positivi del “non offendere nessuno”.

 

Politica e televisione: il caso americano

Il medium è il messaggio” chiariva il sociologo M. McLuhan nei suoi ragionamenti sulla comunicazione di massa. La televisione è un medium della comunicazione, che ha forti capacità di condizionare l’opinione pubblica. La televisione “struttura i modi in cui gli individui interpretano il mondo sociale e reagiscono ad esso, aiutandoli a ordinare l’esperienza” (A. Giddens, “Sociologia”, Il Mulino, Bologna, 1994, pag. 405).

Gli spot pubblicitari, gli spot elettorali, i programmi di informazione e approfondimento forniscono al grande pubblico contenuti sugli argomenti di maggiore interesse.

Si capisce, senza ulteriori spiegazioni, che il medium televisione sia un potente strumento di condizionamento popolare, perché contribuisce a dare forma alla realtà in cui si collocano gli eventi (M. Wolf, “Gli effetti sociali dei media”, Bompiani, Milano, 2003, pag. 116).

La politica ne ha immediatamente compreso il valore e se ne serve per i suoi scopi propagandistici.

Le trasmissioni delle reti televisive americane sono per lo più robaccia destinata a produrre carenza di realtà, e pare che l’americano medio ne sorbisca sette o otto ore al giorno. (…) Il volto pubblico della politica si è dissolto nella teatralità: una recita banale fatta di ottimismo fittizio, fuochi d’artificio e balletti di imitatori di Elvis Presley sotto la Statua della Libertà. (…) abbiamo visto l’arte di governo farsi tutt’uno con la gestione dell’immagine. (…)

Il volto della politica, e specialmente della presidenza, fu drasticamente adattato alla durata dell’attenzione pubblica, accorciata dalla TV. Più si discute, più acceso è il dibattito, più gente va a votare. (…)

In un certo senso, il presidente era la televisione: il più celebre presentatore del mondo. Dimenticava le cose? Non importa: la TV è lì per aiutare a dimenticare. Mentiva? Oh, bè, non ci badate, forse si è solo dimenticato. Oppure si è espresso male. La TV è la musa della passività. (…) ma dov’era il cittadino? Fuori dal palcoscenico, come il pubblico agli spettacoli” (R. Hughes, “La cultura del piagnisteo”, Adelphi, Milano, 2003, pag. 59-61).

 

La televisione è politicamente corretta (?)

Il politicamente corretto è il paravento per una cattiva coscienza. Il politicamente corretto costruisce conformismi e certezze consolidate, rafforzate dalla presenza dei soliti volti noti della televisione (L. Iannone, “L’ubbidiente democratico”, Idrovolante Edizioni, Roma, 2016, pag. 46).

Gli intellettuali (conformisti e politicamente schierati) sono gli attori fondamentali su cui si basano le comunicazioni politicamente corrette, veicolate dal grande media di massa televisivo.

 

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Televisione politicamente corretta e conformista

 

In televisione sono consueti e graditi al grande pubblico programmi e contenuti conformisti, rassicuranti, famigliari, meglio se del tutto garbati.

Nei canali della televisione generalista e commerciale sono assenti programmi culturali e di informazione neutrale.

L’esempio della programmazione televisiva americana diventa fondamentale per comprendere le tendenze del politicamente corretto. La democrazia americana è molto attenta alla comunicazione mediatica, perché contribuisce a condizionare l’opinione pubblica e le sue corrispondenti scelte, comprese quelle di voto.

 

Il comportamento politicamente corretto

La comunicazione vive principalmente sul piano squisitamente televisivo e massmediatico; non sono sufficienti le parole per conquistare il pubblico, servono le immagini dei comportamenti che siano condivisibili, socialmente accettabili, che ottengano consenso.

I personaggi pubblici, specialmente quelli di grande notorietà, sono ‘obbligati’ a mostrarsi in pubblico frequentemente, come se la loro vita fosse uno sceneggiato a puntate.

Politici, principi, re e regine, volti della televisione, insomma tutti coloro che vivono di immagine devono alimentare nel pubblico il motivo della loro notorietà.

Per ottenere consenso, i personaggi noti si conformano ai modi del politicamente corretto: visitano gente svantaggiata (specialmente se appartenenti alle minoranze etniche), si recano presso ospedali pediatrici, luoghi colpiti dal terremoto o da altre calamità naturali, presenziano ai funerali di cittadini illustri o sconosciuti, portano la solidarietà del Paese ai militari in missione all’estero.

 

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Politicamente corretto in visita alle minoranze etniche

 

L’arte del politicamente corretto non è solo comunicazione pura sotto forma di intervista, comunicato, video o altro, ma è anche azione. Naturalmente, ogni postura del corpo, ogni suo movimento ‘comunica’ un informazione, tutto ciò diventa comunicazione in tutto e per tutto (F. Nanetti, “La comunicazione trascurata,” Armando Editore, Roma, 1996, pag. 44-45).

Ragionando sugli estremi, nessuno potrà mai affermare di aver visto in televisione un personaggio famoso, in particolare un politico, prendere a calci un cane o sparare sugli ospiti di un centro Caritas.

I comportamenti di quelle persone famose sono conformate secondo le aspettative del grande pubblico, rientrano nelle modalità del garbo, delle buone maniere, della tolleranza più assoluta e della moderazione.

 

Minoranze e politicamente corretto

E’ di fronte alle minoranze che il politicamente corretto da il meglio di sé, dedicandovi un’attenzione morbosa e oggettivamente patetica.

Il tema delle minoranze si caratterizza per la sua grande complessità. Il territorio in cui si cercano di collocare non è immediatamente individuabile e definibile, per il problema di identificare in prima battuta il suo esatto contrario, ovverosia la maggioranza.

Nell’osservazione delle due parti contrapposte di un ipotetico insieme, dovremo prima definire il tipo di prospettiva: etnica, politica, religiosa, sociale.

Le minoranze etniche e religiose richiamano il processo immigratorio, le minoranze sociali si riferiscono ai poveri, agli svantaggiati tradizionali come ad esempio le donne, i giovani e gli anziani.

 

Moralizzazione politicamente corretta

I sostenitori del politicamente corretto sono convinti di dover operare un opera moralizzatrice, contro il corrotto Occidente, colpevole di aver oppresso per secoli il Sud del Mondo. Si tratta di un senso di colpa aggravatosi sempre di più nel secondo dopoguerra, che diventa più pressante con la maggiore visibilità delle minoranze etniche (C. Caldwell, “L’ultima rivoluzione dell’Europa”, Garzanti, Milano, 2009, pag. 15).

Gli intellettuali politicamente corretti spiegano a più riprese che l’Europa e gli Stati Uniti sono irrimediabilmente razzisti, sessisti e discriminanti. Per loro, i gruppi etnici e sociali sono le immagini delle classi sociali oppresse (la tradizionale immagine marxista), per questo devono ottenere soddisfazione (E. Crisafulli, “Igiene verbale”, Vallecchi, Firenze, 2004, pag. 93).

Gli intellettuali creano battaglie semantiche e linguistiche per salvaguardare le minoranze e la relativa società multiculturale, cambiando i termini ma non la sostanza della vita di costoro.

Il neologismo più educato non cambia le sorti di un handicappato solo perché lo si chiama portatore di handicap o diversamente abile. Il cieco che diventa “non vedente” rimane purtroppo tale e socialmente dimenticato.

Si arriva al grottesco, quando nei Paesi anglosassoni le autorità cambiano i termini tradizionali maschili per non offendere la sensibilità femminile: “così al posto di chairman [presidente, direttore] troviamo l’ingombrante chairperson o semplicemente chair [sedia], come se lo sfortunato detentore di questa carica avesse quattro gambe ricurve e la spalliera traforata” (R. Hughes, “La cultura del piagnisteo”, Adelphi, Milano, 2003, pag. 38).

In Italia notiamo il passaggio da sindaco a sindaca o sindachessa, da avvocato ad avvocatessa o avvocata, da presidente a presidentessa o al più brutto presidenta, da ministro a ministra oppure “signora ministro”. Nella lingua italiana è difficile non declinare un termine nella modalità del tutto neutra.

Cambiare i termini maschili non consegna alle donne (classica minoranza sociale) maggiori stipendi, più rispetto, meno violenza.

 

Cosa abbiamo

Abbiamo neologismi, eufemismi, moralismo, perbenismo, falsi paraventi linguistici per nascondere qualcosa oppure per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica.

Cambiare nomi e termini a persone, cose, fatti in ossequio all’ostinata buona educazione del politicamente corretto non cambia la sostanza, ma contribuisce a dimenticare il problema, fa in modo di derubricarlo, di indebolirlo.

Il gergo aziendale si è evoluto nel suo linguaggio e ha, ad esempio, chiamato “ottimizzazione delle dimensioni aziendali” i licenziamenti (grandi e piccoli): così non si vede più la gente licenziata, si crea meno indignazione e paura nell’opinione pubblica (R. Hughes, “La cultura del piagnisteo”, Adelphi, Milano, 2003, pag. 45).

Il caso degli sbarchi di immigrati clandestini ha messo in moto la macchina degli intellettuali, che hanno convinto l’opinione pubblica dell’obbligo di chiamarli “profughi” oppure genericamente “migranti” oppure “persone che necessitano di protezione internazionale”.

In realtà, a rigore di norme giuridiche, sono evidentemente senza documenti, senza visto diplomatico, senza autorizzazione, senza un certificato di asilo politico, senza un lavoro, senza mezzi di sostentamento eccetera.

Ancora, i terroristi islamici sono chiamati “islamisti” dalla stampa e dai politici, per paura di offendere il suscettibile intero mondo musulmano.

L’arte del politicamente corretto, per mano e penna degli intellettuali aderenti, cambia l’immagine dei fatti e delle persone coinvolte.

La politica si serve del politicamente corretto per ordinare la sua comunicazione sociale, per ottenere consenso e per giustificare la sua presenza; ma anche per derubricare la sua conclamata incapacità dirigenziale.

 

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