L’uso della parola negro nella comunicazione contemporanea

Origini e semantica di un ipotetico insulto: la parola negro.

 

 

 

 

Il valore delle parole

Attualmente, la parola negro ha lo stesso valore della parola razza: del tutto negativo. Si tratta di termini da censurare, da evitare in quasi tutti i contesti comunicativi.

Dobbiamo doverosamente sottolineare che i principi della comunicazione politicamente corretta si sono impadroniti del controllo di tutti quelle parole, che hanno qualcosa a che fare con le minoranze sociali ed etniche.

Gli operatori della comunicazione politicamente corretta hanno alzato alte barriere censorie di fronte alle parole come negro e razza, mettendo al contempo forti sanzioni morali e penali per chi le usa in ambienti pubblici.

Facciamo notare che chiamare negro in pubblico una persona può causare al responsabile una denuncia penale, ai sensi della legge “Mancino” (Legge n. 205/93 e decreto legge del 26-04-1993 n. 122). Considerazioni in merito a questo link.

Parlare in pubblico di razze umane, di “negri”, di “gialli” (gli asiatici) o simili, crea forte disagio nell’opinione pubblica, che riconduce quelle parole a considerazioni spregiative, moralmente deprecabili, dimostrazioni di ignoranza individuale.

Per evitare disagi e imbarazzi, i protagonisti della comunicazione politicamene corretta si sono attivati per introdurre eufemismi e moderazione. Si tratta del cosiddetto moralismo politicamente corretto (E. Crisafulli, “Igiene verbale”, Vallecchi, Firenze, 2004, pag. 94).

 

Origine della parola negro

La parola negro ha origine sociale e culturale, essa inquadra e categorizza uno o più gruppi sotto la lente antropologica.

Negro significa nero, di colore nero, in lingua spagnola e portoghese. Ci sono poi delle ipotesi che riconducono la parola al francese “négre”, che significa sempre di colore nero.

L’equivalente dell’inglese americano “nigger” deriva dal latino “niger”, che appunto significa nero (E. Crisafulli, “Igiene verbale”, Vallecchi, Firenze, 2004, pag. 79).

Nella radice semantica della parola non si ravvisano elementi di scherno o di insulto, quanto piuttosto la necessità di identificare una categoria sociale, etnica o razziale.

 

Rapporti inter razziali e mutamento sociale

Gli studiosi statunitensi dissertano di questioni razziali quando studiano le relazioni che in Europa si chiamano invece inter etniche. I rapporti sociali tra la popolazione afro americana e tutti gli altri riguardano, per l’appunto, questioni razziali, non si discute di etnie (L. Wirth, “Il ghetto”, Res Gestae, Milano, 2014).

Indicativamente fino agli anni ’80 del ‘900, usare la parola negro non comportava alcuna sanzione morale (né tanto meno penale) in Italia, tant’è che persino testi e saggi la riportavano. Era un uso tecnico, scevro da connotazioni negative, né dispregiative (E. Crisafulli, “Igiene verbale”, Vallecchi, Firenze, 2004, pag. 81; A. Rose, “I negri in America”, Einaudi, Torino, 1952; K. B. Clark, “Il ghetto negro”, Einaudi, Milano, 1969).

La parola negro era utilizzata anche nei romanzi, senza destare grandi scalpori (R. Wright, “Ragazzo negro”, Mondadori, Milano, 1971).

Negli anni seguenti, ipotizziamo dagli anni ’90 del ‘900, il segno valoriale della parola negro cambia in negativo, è classificata e riconosciuta come un vero insulto.

A quel cambiamento, contribuiscono sicuramente i mutamenti sociali verificatisi negli Stati Uniti d’America. Quegli scenari sono presentati al grande pubblico italiano ed europeo, da famose pellicole di cineasti americani, nelle quali sono trattate tematiche razziali con linguaggi realmente espliciti.

 

Dal film “Fa la cosa giusta” di Spike Lee, 1989. Scena “tutti contro tutti”.

 

 

La popolazione italiana si trova di fronte sempre più spesso a persone di colore, che ha sempre chiamato “negro” o “negri” senza remore.

Il termine “negro” viene sdoganato nel panorama sociale italiano, senza che, tuttavia, esso trovi un contesto storico di riferimento simile a quello americano.

 

La parola negro nel contesto sociale americano

Negli Stati Uniti d’America sono riscontrabili almeno due secoli di storia di relazioni inter razziali, passate dalla segregazione razziale, dalla Guerra di Secessione, dalle persecuzioni fino alle contestazioni sociali degli anni ’60 condotte da personaggi carismatici come Martin Luther King e Malcolm X. Tutte quelle esperienze sociali hanno prodotto cambiamenti all’interno della società americana e nei rapporti appunto detti inter razziali.

Negli USA, le battaglie sociali dei gruppi afroamericani hanno condotto la società statunitense a censurare la parola nigger / negro perché offensiva. In base alle affermazioni degli esponenti della comunità afroamericana, nigger ricorda il passato di schiavitù e di segregazione razziale sofferto da tutto il popolo nero americano (E. Crisafulli, “Igiene verbale”, Vallecchi, Firenze, 2004, pag. 79).

In Italia non c’è traccia dei mutamenti sociali relativi ai rapporti inter razziali con africani di colore, simili a quelli statunitensi. Ci troviamo a contatto ora con quei possibili cambiamenti.

 

Intervento del politicamente corretto

I protagonisti del politicamente corretto si impadronirono della comunicazione sociale, prima negli USA poi in Europa (R. Hughes, “La cultura del piaghisteo”, Adelphy, Milano, 2003, pag. 37; E. Crisafulli, “Igiene verbale”, Vallecchi, Firenze, 2004, pag. 34).

Si è creata una coltre nebbiosa sulle possibilità di utilizzo di certe parole e non altre.

Negli USA, la parola “nigger” censurata è stata sostituita da altre parole giudicate moralmente migliori, come “black people” o meglio “afro american”.

In Italia, si è passati da negro a nero, o meglio persona di colore, oppure semplicemente “colorati”, altrimenti “africani”.

Come si capisce, cambia la forma ma non la sostanza: nella comunicazione interpersonale in pubblico si usano parole moderate, nelle relazioni amicali e famigliari possono rimanere le parole non censurate, così come le considerazioni sui vari gruppi sociali etnici e razziali.

 

Ipotesi di strumentalizzazione

Porzioni della politica nazionale/internazionale e della società civile hanno fatto propri i principi del politicamente corretto, rendendoli ancora più stringenti. In molte occasioni, i protagonisti della politica e della società civile sono andati oltre, promuovendo iniziative moralizzatrici e caccie mediatiche per scovare i presunti razzisti verbali. Chiunque è passibile di denuncia per l’uso improprio di parole come negro e razza.

L’argomento dei rapporti razziali è sempre stato materia di studio per antropologi e sociologi (G. Myrdal, “Il valore nella teoria sociale”, Einaudi, Torino, 1966, pag. 59), ma attualmente diventa un caso sotto i riflettori della politica.

 

Polemiche recenti – Parte 1

Alcune ragazze di colore della nazionale italiana di atletica sono state messe sotto la lente di ingrandimento dei media di massa. Un parte politica e i suoi intellettuali apertamente schierati ne hanno esaltato la vittoria con grande enfasi. Hanno usato i risultati sportivi come volano per specifiche invettive etnico/razziali, hanno creato un grande spot sociale.

 

la parola negro
Le atlete vincitrici della staffetta 4×100 ai Giochi del Mediterraneo 2018

 

Polemiche recenti – Parte 2

Un’altra componente della nazionale italiana di atletica, di origine nigeriana, ha denunciato di essere stata colpita con delle uova mentre era per strada a Moncalieri (Torino). Una parte politica ha gridato immediatamente al razzismo senza però verificare i fatti.

 

la parola negro
Daisy Osakue

 

Lo stesso atto vandalico era stato perpetrato ai danni di altre persone ma non di colore.

Le Forze dell’Ordine hanno dimostrato la totale non riconducibilità al razzismo di quegli atti.

 

Strumentalizzazione politica degli immigrati di colore

I politici strumentalizzano le persone di colore per dimostrare, alla società civile e all’opinione pubblica (elettorato), di essere politicamente corretti, accoglienti, inclusivi, moralmente ineccepibili, insomma delle brave persone. E’ un evidente spot pubblicitario.

L’intera operazione ha, poi, lo scopo di accusare apertamente di razzismo e discriminazione gli avversari politici, nonché tutti coloro che manifestano dubbi sulla condotta degli immigrati.

Qualcuno ha chiesto, in modo semplice, perché gli stessi politici non hanno elogiato anche gli altri atleti medagliati, che però di colore non sono. Perché i politici non hanno consegnato la loro solidarietà anche alle altre persone colpite dalle uova.

Tirare in ballo sempre e solo persone di colore, è un chiaro esempio di strumentalizzazione politico-mediatica dei criteri politicamente corretti (E. Crisafulli, “Igiene verbale”, Vallecchi, Firenze, 2004, pag. 88).

Lo stesso vale per la parola negro usata come provocazione linguistica e sociale.

 

La parola negro
Il “cantante” africano Bello Figo utilizza in modo provocatorio la parola negro.

 

Conclusioni

Con la stabilizzazione dell’immigrazione di massa dall’Africa e dal Medioriente, anche in Italia il dibattito politicamente corretto assumerà, a stretto giro, connotati più marcati e stringenti.

L’uso della parola negro, oppure “di colore”, o simili diventa uno strumento comunicativo di segno opposto, a seconda di chi lo utilizza.

La parola negro è diventata l’immagine dell’immigrazione di massa.

Come gli USA, ma senza poter usufruire dello stesso bagaglio di esperienze sociali e inter razziali, il nostro Paese e la sua società sono ora chiamati ad affrontare i rapporti tra le diverse etnie in modo concreto, non unicamente a parole.

Il solo paravento politicamente corretto non è in grado di sostenere le complesse comunicazioni tra i cittadini autoctoni e gli immigrati stranieri, le parole non bastano.

Se poi la politica e i suoi esponenti, fuori o dentro al Parlamento, decidono di strumentalizzare la comunicazione di massa a favore o contro una posizione, creano scompiglio tra i cittadini; creano anche una netta linea di demarcazione tra chi è a favore e chi è contro l’immigrazione, tout court.

 

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