Se la disoccupazione diventa una colpa

La disoccupazione è il disonore di chi ha subito un licenziamento per “motivi economici”

 

 

Disoccupazione
Disoccupazione

 

 

Disoccupazione e senso di colpa. Parliamo dello sconforto per la perdita dell’occupazione, perché perdere il lavoro significa vergogna e umiliazione, tanta preoccupazione, molti timori. Stiamo parlando dei tempi attuali, ma la memoria ricorda insistentemente ciò che accadeva tanti anni addietro. Fin dalla Rivoluzione Industriale, i disoccupati erano osservati molto male, additati come dei “poco di buono”, come dei delinquenti, come delle persone pericolosamente senza iniziativa. Già allora non si considerava la possibilità che fossero il sistema economico e la povertà i veri problemi cui mettere mano.

Tramite il controllo del lavoro e dell’occupazione, la politica e i notabili locali controllavano la società e i suoi membri. Si doveva essere ossequiosi verso chi offriva un lavoro alla gente comune. Per questo motivo, si dovevano sopportare condizioni di lavoro massacranti, la disoccupazione era peggio.

Attualmente sono migliorate le condizioni di lavoro, ma non il senso caratteristico della disoccupazione: controllo sociale, prestigio/biasimo. Non si lavora più dodici ore al giorno per tutta la settimana per un tozzo di pane. Le lotte per i diritti individuali e collettivi hanno ottenuto grandi risultati, quando il sindacalismo era davvero dalla parte dei lavoratori e non della politica.

L’attenzione si è spostata sull’economia globale, sulle masse e sui distretti industriali. Se i diritti hanno migliorato (relativamente) la giornata di lavoro, ciò che invece è rimasta invariata (se non peggiorata) è la percezione del lavoratore: un piantagrane, un numero, un pedone.

La crisi economica (sempre lei) ha permesso di perpetrare scorrettezze in economia, il lavoratore diventa disoccupato più facilmente di un secolo fa. Oltre alla cattiva considerazione di cento anni fa, adesso c’è anche il dileggio, c’è la derisione, c’è il sarcasmo. La vergogna ricopre le persone escluse dal mondo del lavoro, come se fosse una loro scelta libera e consapevole. Altrimenti si nuota nell’indifferenza.

I giovani hanno difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, i quasi anziani vicini alla pensione o i poco più giovani di loro rischiano di uscirci in un momento delicato della loro esistenza. Chi li assumerà per due o cinque anni di lavoro prima della pensione? Sono gli esodati, nome nuovo per una condizione subdola al limite della disperazione.

I capitani d’industria, gli imprenditori, i dirigenti hanno trovato vie laterali per trarre vantaggio dalla crisi economica. Hanno usato la disoccupazione come leva per risollevare l’azienda senza la fatica di farla evolvere positivamente. Hanno usato la cassa integrazione per ottenere vantaggi straordinari, ma senza confermare poi la forza lavoro. Si è consolidato il contrario della buona cultura del lavoro: “si salvi chi può” è stata la formula dei dirigenti di fronte alla difficoltà, pochi hanno dimostrato buone capacità di reazione verso il progresso.

Chi ha pagato l’inettitudine e le scorrettezze della dirigenza (aziendale ma anche politica e sindacale) sono stati i lavoratori. Un concetto ovvio e banale, ma talmente tanto banale che è stato ricoperto di indifferenza e minimizzato. A chi interessa la disoccupazione? Solo agli statistici e a chi ci finisce dentro, sperimentando l’umiliazione, la vergogna, la paura di non farcela, il senso di colpa.

La disoccupazione è il principale nemico della dignità personale.

Non sappiamo quanti disoccupati siano finiti nelle sale d’aspetto della Caritas o di altre organizzazioni d’assistenza agli indigenti. Sui giornali scrivono che sono molti. Solo grazie alle interviste conosciamo le loro storie. Purtroppo queste situazioni non ricevono l’attenzione che meritano. Dovrebbero essere inseriti tutti in un registro con priorità assoluta per il sostegno. In realtà questo non avviene. Magari alcuni di loro figurano nelle liste del vecchio ufficio di collocamento (Centro per l’Impiego), ma senza ulteriori interventi. Per loro non si fa niente. C’è l’indifferenza e quando va peggio c’è il dileggio, lo scherno, la beffa, la povertà per strada.

La disoccupazione diventa la colpa di chi è stato licenziato “per motivi economici”, suo malgrado.

 

Disoccupazione da licenziamento
Licenziamento

 

Indicazioni

R. Palmer, J. Colton “Storia del mondo moderno”, Ed. Riuniti, Roma, 1985, pag. 96-99

G. Sabbatucci, V. Vidotto “Storia contemporanea – L’Ottocento”, Ed. Laterza, Roma-Bari, 2004, pag. 168-170

AA. VV. “Disoccupazione” in “Dizionario essenziale di Storia Sociale”, Ed. DeAgostini, Novara, 2003, pag. 82

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