La disoccupazione della sociologia

La professione del sociologo non è per nulla apprezzata in Italia

La sociologia è disoccupata

 

 

sociologia
Sociologia disoccupata

 

Introduzione alla sociologia

La sociologia è la scienza che studia la società, le relazioni umane, la comunicazione. E’ una scienza complessa, che si compone di numerose branche di studio. Nei paesi anglofoni e di lingua tedesca o francese o scandinavi, la sociologia ha importanti utilizzi negli studi di mercato, politici ed elettorali, nonché di programmazione e pianificazione sociale. I risultati degli studi sociologici trovano spazio e considerazione sui tavoli di imprenditori, managers, dirigenti pubblici e della politica.

La sociologia, fin dalle sue origini, si presentata non soltanto come disciplina teorica ma anche come scienza utile per risolvere concreti problemi pratici e su questa base ha costruito la sua credibilità, attese sociali, i suoi principali indirizzi di ricerca. Ora è sostanzialmente esclusa da molti ambiti applicativi, in parte perché ha affidato ad altre professioni una quota consistente di operatività e di azione pratica, consolidando il suo ruolo soprattutto come disciplina accademica, in parte in quanto in quelle aree di attività prevalgono altre figure professionali.” (Remo Siza, “Le professioni del sociologo”, F. Angeli, Milano, 2006, pag. 11)

 

Marginalità professionale

In Italia, la professione sociologica è da sempre relegata a uno spazio marginale. Gli studi dei sociologi non trovano la giusta considerazione, le loro attività non ottengono il giusto riconoscimento. La professione del sociologo in Italia si trova per lo più nel settore pubblico (comuni, province, regioni) e nelle università, non gode di grande stima presso il grande pubblico, perché molti credono che la sociologia non abbia un’intenzione pratica. Il sociologo è spesso chiamato ‘scherzosamente’ il ‘tuttologo’, proprio per indicare la sua natura indefinita ai più.

 

Discredito

La sociologia negli anni ’70 e ’80 era considerata la disciplina degli studenti che volevano prendere una laurea senza fare la fatica di un giurista, di un ingegnere o di un medico. Naturalmente valeva meno di una laurea in filosofia, anche se ne conservava le stesse concrete prospettive occupazionali. E’ stata addirittura ancor più screditata da parte di personaggi come R. Curcio e T. Negri che si sono qualificati come sociologi; costoro hanno inteso la disciplina come di carattere squisitamente politico e sovversivo. Quindi, per talune persone, sociologia era la facoltà dei terroristi rossi e dei sovversivi comunisti.

 

Università di massa

L’università italiana ha promosso l’indirizzo di laurea in sociologia operando per darle via via una connotazione di massa. Gli zelanti dirigenti universitari non hanno però correlato la formazione dei laureati in sociologia, ad effettive professioni spendibili con successo nel mercato del lavoro. In quel caso, si è dimostrato clamorosamente il distacco profondo tra l’università e il mondo imprenditoriale, artigianale, impiegatizio.

Posso e devo limitarmi a segnalare come la voracità universitaria abbia funzionato egregiamente nel caso della sociologia: non si è consolidato il cuore dell’approccio sociologico, si sono piuttosto moltiplicati corsi di laurea, iscritti, materie, sottodiscipline, cattedre, dipartimenti. Con un appiattimento al normale modo di fare università, nel bene e nel male che è molto lontano dalla carica di rivendicazione del nuovo che era tipica degli inizia, degli anni cinquanta. La dimensione ripetitiva di massa, fatalmente, ha vinto sul gusto di capire ed innovare dei pochi che ritenevano la sociologia un mestiere per pochi. (…)

Se la classe dirigente del lavoro sociologico non ha saputo dare contorni e significati precisi alla presenza della sociologia nell’Università, non potevamo aspettarci certo che avessero idee più chiare i giovani che nell’università entravano. E dovevamo in qualche modo aspettarci che i percorsi formativi dei giovani fossero, come certifica la ricerca, percorsi di nomadismo accidentato e incoerente”.

Per quanto riguarda i laureati, “se è vero che il 90% fa mestieri (impiegatizi o d’insegnamento) che non hanno attinenza con il contenuto della laurea; e se è vero che anche il 10% che fa professione più o meno precisamente sociologica (anzi proprio quel 10%) risulta quello più frustrato. Sono infatti i laureati che hanno trovato sbocco nelle USL e nei servizi sociali degli enti locali quelli che hanno risposto in maniera più scontenta: dichiarano di fare un lavoro subalterno, frammentario, accessorio, spesso inutile o considerato ingombrante dai responsabili delle istituzioni in cui si trovano ad operare. Al massimo si sentono super-assistenti sociali, gestori di animazione sociale o di questionari socio-psicologici.

Il corsivo è tratto dall’introduzione del prof. Giuseppe De Rita al libro “Immagini e rappresentazioni di una professione non realizzata. Profili formativi e professionali dei laureati in sociologia”, scritto da Mariella Pacifico (Franco Angeli, Milano, 1996, pag. 9-21).

 

De Rita
Il prof. G. De Rita

 

Errori degli intellettuali

Nella conclusione della sua introduzione, il prof. De Rita ammette che, coloro i quali hanno iniziato a fare sociologia in Italia negli anni ’50 con lui, sono tenuti a “fare un severo esame di coscienza sugli errori compiuti quando decidemmo che si dovesse far della sociologia una disciplina universitaria e di massa.”

 

Sociologi e mercato del lavoro

Lo studio di Mariella Pacifico delinea un quadro impietoso delle reali capacità di assorbimento da parte del mercato del lavoro dei laureati in sociologia. “I livelli di soddisfazione sono percentualmente maggiori tra i laureati che già lavoravano prima della laurea.” (Pag. 81)

L’abitudine all’attesa del posto, la ‘coscienza’ di essere disoccupati più che sociologi viene elaborata in negativo: sbocchi possibili solo attraverso mediazioni che, comunque, non presuppongono strategie orientate ad una migliore professionalità ma alla ricerca delle ‘combinazioni’ possibili per un lavoro sicuro, per una sistemazione.” (Pag. 98)

Sensibile è la percentuale di quanti si sono affidati ad appoggi politici e/o conoscenti. Così come rilevante è la percentuale di coloro che, nell’indirizzarsi nella scelta del lavoro, hanno accolto indicazioni da conoscenti e/o figure impegnate politicamente.” (Pag. 99)

 

Concorrenza selvaggia

Dobbiamo aggiungere poi che, dall’inizio degli anni duemila, la facoltà di scienze politiche ha aumentato la produzione di laureati in discipline sociologiche, parificandoli ai laureati in sociologia. Su determinati percorsi professionali, come ad esempio le risorse umane, la concorrenza è aumentata esponenzialmente perché vi si sono candidati anche psicologi del lavoro, laureati in lettere oltre ai sociologi specializzati, usciti sia da sociologia che da scienze politiche.

 

Nessun albo professionale

Un altro fattore importante è l’assenza di un albo professionale nazionale, così come possiedono gli psicologi. Un albo professionale delineerebbe il mestiere del sociologo, dandogli forza e credibilità.

La disciplina sociologica ha in sé un fascino di studio sorprendente, forse è anche per questo che molte persone se ne sono intellettualmente innamorate. Se a ciò aggiungiamo anche le mirabolanti, quanto illusorie, prospettive occupazionali millantate da talune università italiane, possiamo capire il successo di affluenza nei vari corsi aperti in tutta Italia soprattutto dalla fine degli anni ’80.

 

In sintesi

Concludendo, possiamo affermare che in Italia non sono mai stati creati i posti di lavoro necessari ad assorbire i sempre più numerosi laureati in sociologia. Manca il riconoscimento della figura professionale del sociologo e delle sue attività, che siano di ricerca, che siano di applicazione delle soluzioni derivate dalla ricerca scientifica.

In Italia non c’è la cultura professionale che si può trovare in Paesi dal mercato del lavoro evoluto come Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Svezia. In quei Paesi, è reale l’assorbimento di esperti in sociologia e ricerca sociale. In quei Paesi, la considerazione per la ricerca è di gran lunga migliore di quella che si riscontra in Italia.

In Italia la sociologia è spesso correlata alla disoccupazione, al precariato.

 

Salva

Salva

Salva

Salva

Precedente Se tre milioni di disoccupati non preoccupano Successivo L'integrazione negli altri Paesi

Rispondi

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.