L’umiltà scientifica

Umiltà

Non è detto che le idee migliori ci vengano

dagli autori maggiori

umiltà scientifica
Umberto Eco

E adesso vi racconto la storia dell’abate Vallet.

         Per capire bene la storia occorrerebbe che vi dicessi quale era il problema della mia tesi e lo scoglio interpretativo su cui mi ero arenato da circa un anno. Siccome il problema non può interessare tutti, diciamo succintamente che per l’estetica contemporanea il momento della percezione del bello è di solito un momento intuitivo, ma in San Tommaso la categoria dell’intuizione non esiste. Molti interpreti contemporanei si sono sforzati di dimostrare che egli in qualche modo aveva parlato di intuizione, il che era fargli violenza. D’altra parte il momento della percezione degli oggetti era in Tommaso così rapido e istantaneo che non spiegava il godimento delle qualità estetiche, che sono molto complesse, giochi di proporzione, rapporti tra l’essenza della cosa e il modo in cui essa organizza la materia, eccetera. La soluzione stava (e ci sono arrivato un mese prima di finire la tesi) nello scoprire che la contemplazione estetica si poneva nell’atto, ben più complesso, del giudizio. Ma San Tommaso questo non lo diceva a chiare lettere. Eppure dal modo in cui parlava della contemplazione estetica non si poteva che arrivare a quella conclusione. Ma il fine di una ricerca interpretativa è spesso questo: portare un autore a dire esplicitamente quello che non ha detto ma che potrebbe non dire se gli si fosse posta la domanda. In altri termini: mostrare come, mettendo varie affermazioni a confronto, deve scaturire, nei termini del pensiero studiato, quella risposta. L’autore forse non l’ha detto perché gli sembrava ovvio, o perché – come nel caso di San Tommaso – non aveva mai trattato organicamente il problema estetico ma ne parlava sempre per inciso, dando la faccenda come pacifica.

Quindi avevo un problema. E nessuno degli autori che leggevo mi aiutava a risolverlo (eppure se nella mia tesi c’era qualcosa di originale era proprio quella domanda, con la risposta che doveva venirne fuori). E mentre mi aggiravo sconsolato a cercare testi che mi aiutassero, un giorno su una bancarella a Parigi ho trovato un libretto che mi aveva attirato, dapprima, per la sua bella rilegatura. Lo apro e trovo che il libro è di un certo abate Vallet, L’idée du Beau dans la philosophie de Saint Thomas d’Aquin (Louvain, 1887). Non l’avevo trovato in nessuna bibliografia. Era l’opera di un minore dell’Ottocento. Naturalmente lo compero (e non costava neppure caro), mi metto a leggerlo e mi rendo conto che l’abate Vallet era un poveretto, che ripeteva idee ricevute e non aveva scoperto nulla di nuovo. Se ho continuato a leggerlo non è stato per “umiltà scientifica” (non la conoscevo ancora, l’ho imparata leggendo quel libro, l’abate Vallet è stato il mio grande maestro), ma per pura ostinazione, e per ricuperare i soldi che avevo speso. Vado avanti e, a un certo punto, quasi tra parentesi, detto probabilmente per disattenzione, senza che l’abate si fosse reso conto della portata della sua affermazione, trovo un secondo accenno alla teoria del giudizio in connessione a quella della bellezza. Illuminazione! Avevo trovato la chiave! E me l’aveva fornita il povero abate Vallet. Il quale era morto da cento anni, nessuno si occupava più di lui, eppure aveva qualcosa da insegnare a chi si fosse messo ad ascoltarlo.

         Questa è l’umiltà scientifica. Chiunque può insegnarci qualcosa. Magari siamo noi che siamo così bravi che riusciamo a farci insegnare qualcosa da chi era meno bravo di noi. Oppure anche chi non ci sembra tanto bravo ha delle bravure nascoste. O ancora chi non è bravo per Tizio può essere bravo per Caio. Le ragioni sono tante. Il fatto è che bisogna ascoltare con rispetto chiunque, senza per questo esimerci dal pronunciare giudizi di valore; o dal sapere che quell’autore la pensa in modo diverso da noi, che ideologicamente è lontanissimo da noi. Ma anche il più fiero degli avversari può suggerirci delle idee. Può dipendere dal tempo, dalla stagione, dall’ora del giorno. Forse se avessi letto l’abate Vallet un anno prima non avrei colto il suggerimento. E chissà quanti più abili di me l’avevano letto senza trovarci nulla di interessante. Ma da quell’episodio ho imparato che se si vuole fare ricerca non bisogna disprezzare nessuna fonte, per principio. Questa che è quella chiamo umiltà scientifica. Forse è una definizione ipocrita perché cela molto orgoglio, ma non ponetevi problemi morali: orgoglio o umiltà che sia, praticatela.

Umberto Eco “Come si fa una tesi di laurea – Le materie umanistiche” ed. Bompiani, VII edizione dicembre 1997, pag. 156-158

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