Islamofobia e speculazione mediatica

E’ vero che l’Europa ha una gran paura dell’Islam?

 

islamofobia
Islamofobia: l’imam “britannico” Anjem Choudary

 

 

Semantica della parola islamofobia

Islamofobia (i·ṣla·mo·fo·bì·a/) – sostantivo femminile: “Avversione nei confronti dell’Islam e dell’islamismo.”

In senso più letterale siamo di fronte al significato “paura dell’Islam” (M. Onfray, “Pensare l’Islam”, Ponte alle Grazie, Milano, 2016, pag. 46). Esso può condurre a un senso favorevole verso la religione islamica, perché la rende vittima di discriminazione “ingiustificata”. Parimenti, chi manifesta timore verso l’Islam potrebbe costituire parte del problema, vale a dire un elemento avverso allo stesso Islam.

La politica ha deciso, in sordina, di porre lo stigma su ogni affermazione che denuncia dubbi sulla condotta dei musulmani. Pertanto, la migliore comunicazione possibile narra della religione islamica come ricca di pace, tolleranza e amore (M. Onfray, “Pensare l’Islam”, Ponte alle Grazie, Milano, 2016, pag. 16, 37). La retorica politicamente corretta rende immuni da accuse chiunque la abbracci.

 

Parassitismo e doppia morale

Gli europei affermano di avere fatto di tutto per accogliere l’Islam, e infatti era vero. Per la prima volta nella storia moderna, le società europee erano disposte ad accettare che alcuni fra i loro residenti – e sempre più spesso anche cittadini – conducessero la propria esistenza all’interno di una cultura straniera. Tale separazione è stata conseguita perlopiù grazie a iniziative private. (…) La magnanimità, l’indulgenza e la tendenza a non giudicare dimostrate dai governi europei, scrisse il giornalista Ian Buruma, suscitava il disprezzo e la tentazione di ‘mungere lo stato’. Eppure, nonostante la generosità pubblica e privata, l’Europa ha ricevuto accuse sempre più frequenti di prevenzione contro i musulmani e addirittura di islamofobia. (…) Quanto più una società diviene giusta e egualitaria e rifiuta il razzismo, tanto più i suoi fallimenti vengono percepiti come umiliazioni” (C. Caldwell, “L’ultima rivoluzione dell’Europa”, Garzanti, Milano, 2009, pag. 181-182).

Tornando all’osservazione di Huntington secondo cui i musulmani entrano in conflitto con qualsiasi cultura vengano a contatto (Ibidem, pag. 177), o se consideriamo la povertà, l’oppressione, la violenza e la mediocrità delle società musulmane nel mondo.. come possiamo spiegarcelo? Delle due, una: o l’Islam ha qualche problema intrinseco che gli stessi musulmani dovrebbero affrontare  oppure ammettiamo l’incredibile coincidenza che una grande varietà di culture non musulmane nutra la stessa ingiustificata malevolenza nei confronti dell’Islam. Naturalmente, quest’idea piace molto agli immigrati più militanti e ai loro difensori. E’ a questo che si riferiscono quando parlano di <islamofobia>” (Ibidem, pag. 183).

Gli studiosi americani considerano il termine “islamofobia” molto più vago degli altri termini usati dalla comunicazione politicamente corretta vigente in Europa, che si prefigge di combattere ogni tipo di discriminazione.

In questo senso, la parola islamofobia “Si riferisce a ogni sorta di cattiva condotta nei confronti dei musulmani, dal razzismo al timore del fondamentalismo musulmano, passando per qualsiasi forma di opposizione a certe tendenze politiche islamiste. Chi accusa gli altri di islamofobia, spesso vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Si taccia di islamofobia la riluttanza europea ad approvare l’immigrazione islamica, ma anche qualsiasi discorso sulla necessità di adattamento degli immigrati e dei loro figli allo stile di vita europeo” (Ibidem, pag. 184).

Sull’assistenzialismo degli immigrati musulmani rimandiamo alla nostra ricerca: “il pellegrinaggio assistenziale”.

 

La retorica dell’islamofobia

L’occasione per parlare di islamofobia emerge ogni qualvolta si verifica un attentato di matrice islamica. La stampa, in coro ai vari commentatori (di parte, religiosa e politica), afferma e conferma che l’Islam è stato travisato dagli esecutori materiali degli attacchi.

Già dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il Presidente americano Bush dichiarò ufficialmente che la reazione americana non sarebbe stato contro l’Islam, ma contro i terroristi ed i loro fiancheggiatori. Come se essi si fossero sbagliati dichiarando di essere il braccio armato dell’Islam politico.

Nella Casa Bianca aleggiava la paura che il popolo americano si sarebbe scagliato contro tutti i musulmani per ottenere una vendetta almeno pari al sanguinoso attentato. In concomitanza al pericolo che, in quel caso, i Paesi arabi islamici si sarebbero sollevati contro tutti gli interessi americani nel mondo.

 

Islamofobia e politicamente corretto

La comunicazione politicamente corretta è un metodo (una prassi) che impone di addolcire i contenuti, o meglio, impone di creare eufemismi con l’obiettivo di non allarmare l’opinione pubblica.

La realtà va censurata in modo che la vetrina rimanga immacolata. Tutti coloro che osano infrangere la sacrosanta regola metodologica del trattamento sociale delle questioni etnico-religiose cadono in disgrazia e il loro nome compare, seduta stante, sul libro nero del politicamente corretto” (A. Finkielkraut, “L’identità infelice”, Guanda, Milano, 2015, pag. 148).

Il termine islamofobia rientra perfettamente nei canoni della comunicazione politicamente corretta.

Anche se gridano ‘Allah Akbar’ prima di sgozzare un poliziotto, non hanno niente a che fare con l’Islam. (…) A raccontarci che l’Islam non ha niente a che fare con queste cose non è più il giornalista egiziano, ma tutti gli altri che si susseguono sullo schermo” (M. Onfray, “Pensare l’Islam”, Ponte alle Grazie, Milano, 2016, pag. 22-23).

Le parole del filosofo francese Onfray colgono nel segno, vanno diritto al nocciolo della questione. La stampa conformista europea si allinea alla prassi politicamente corretta, perché non è permesso nemmeno solo instillare il dubbio che ci sia un qualsiasi collegamento tra la religione islamica e il terrorismo moderno (che in verità è islamico).

Non sono permesse generalizzazioni di alcun genere, ogni parola potrebbe costituire strumentalizzazione politica.

Il sarcasmo sul web non lascia però alcuno scampo: “non tutti i musulmani sono terroristi, ma è altrettanto vero che tutti i terroristi sono musulmani” (cit.). Questa frase è stata denunciata e stigmatizzata su varie piattaforme mediatiche.

 

Islamofobia e tolleranza

E’ stato rilevato da molti che l’immigrazione musulmana è molto più difficilmente integrabile, e in particolare in Paesi, come quelli europei, che, a differenza degli Stati Uniti, hanno ormai da secoli una loro struttura demografica stabile.

Detta immigrazione musulmana può facilmente celare e nascondere nel suo seno centrali terroristiche, anche se la maggioranza non partecipa attivamente a tali attività. Il pericolo è tanto maggiore, in quanto la libertà e la tolleranza di cui i musulmani godono in Occidente – impensabile nei loro paesi – non ha, per dir così, effetto contagiante, almeno per i più: non viene intesa come un valore da imitare, ma piuttosto come una manifestazione, come uno degli aspetti della degenerazione di un mondo di infedeli, che non crede più a nulla, nemmeno a sé stesso” (A. Chiti-Batelli, “La minaccia islamica in Europa”, CEDAM, Padova, 2013, pag. 12).

 

Il caso Salman Rushdie e quelli delle vignette

Nel 1988 lo scrittore di origine indiana Salman Rushdie pubblicò il libro “Versi satanici”. Nel febbraio del 1989, l’ayatollah iraniano Khomeini emise una “fatwa” (sentenza, scomunica o condanna) nei suo confronti, perché nel suo libro avrebbe offeso gravemente l’Islam.

Khomeini chiese a tutti i fedeli musulmani di uccidere Rushdie, vendicando in tal modo l’ingiuria. Lo scrittore si salvò riparando in Gran Bretagna, ma non furono così fortunati il traduttore giapponese, quello italiano e l’editore norvegese che lavorarono per la pubblicazione del romanzo nei loro paesi.

Negli anni seguenti, tutte le persone che scrissero o affermarono contenuti, critici o ritenuti umilianti, nei confronti dell’Islam furono sottoposti alla tremenda vendetta dei guerrieri musulmani, ovunque nel mondo (Charlie Hebdo, Theo Van Gogh, il quotidiano danese Jyllands-Posten).

I contenuti incriminati furono accusati di essere islamofobici, razzisti e intenzionalmente denigratori della religione islamica.

Con tutta probabilità, a seguito di quei gravi fatti di sangue, la stampa di massa ha assunto la prassi politicamente corretta generalista: per evitare qualsiasi conseguenza, si evita in maniera radicale qualsiasi testo che sia leggermente o vagamente critico verso l’Islam.

 

Chi ha paura dell’Islam? Paure inconfessate.

Chiunque provi a denunciare comportamenti scorretti, di incivile convivenza da parte musulmana, è denunciato a sua volta di essere islamofobo e messo all’indice. Islamofobo è sinonimo di razzista, equivale all’onta della vergogna. E magari anche a ricevere una denuncia penale per odio razziale.

La vera paura islamica pare invece essersi impadronita della stampa e della politica, entrambi i sistemi fanno di tutto per non offendere l’Islam e assicurargli impunità assoluta.

 

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