Il ghetto urbano

Lo studio di un modello urbano risalente al medioevo

 

 

ghetto urbano
Il ghetto urbano ebraico di Venezia

 

 

Il quartiere separato

Il ghetto è un prodotto prettamente urbano, delimitato nello spazio di un quartiere o di una porzione di esso.

Non siamo riusciti a trovare alcuna testimonianza di ghetti in ambiente rurale. L’ambiente urbano è il più idoneo alla formazione di aree che possono ospitare un ghetto.

La città è un’area delimitata, composta da più quartieri intersecati tra essi, uniti dal sistema viario. In campagna si parla meglio di villaggi, insediamenti pressoché uniformi di popolazione, circondati da aree coltivate o incolte come la boscaglia.

Al contrario, l’ambiente di città può ospitare gruppi diversi di popolazione, insediati nelle diverse zone urbane o metropolitane.

 

Le caratteristiche del ghetto urbano

Il principale aspetto che identifica un ghetto è la segregazione, residenziale e probabilmente anche occupazionale, cui è sottoposta la popolazione che vi abita. Quella parte di popolazione, rispetto all’intero insieme della popolazione cittadina, risulta differenziata dal resto degli abitanti per tratti come la religione, l’etnia, lo status sociale, l’origine geografica (L. Gallino, “Dizionario di sociologia”, TEA UTET, Torino, 1993, pag. 323-324).

Gli studiosi aggiungono anche il tratto razziale all’elenco, nonostante il termine razza sia stato bandito dalla comunicazione mediatica italiana ed europea, nel dibattito contemporaneo.

Essenziale al concetto di ghetto è l’idea di ostacoli, d’impossibilità di diritto o di fatto con cui la popolazione residente in una data area si scontra volendo cambiare area di residenza a causa di divieti religiosi, ovvero politici, oppure a causa di ostacoli economici e culturali al tempo stesso. (…) Tuttavia un ghetto non si identifica di per sé con uno dei tanti tipi di slums, bidonvilles, favelas, o borgate di baraccati, anche se tra questi insediamenti si annoverano buon numero di ghetti, poiché vi sono ghetti che presentano uno standard abitativo non basso, come certi quartieri di case popolari in varie città italiane” (Ibidem, pag. 324).

 

Il quadro del ghetto urbano

L’immagine tradizionale del ghetto è dipinta con i colori opachi della povertà, della marginalità sociale, della diseguaglianza e della emarginazione rispetto al resto della popolazione cittadina. Storicamente, certi gruppi sociali ed etnici sono stati segregati (volenti o nolenti) in quartieri precisi, separati dagli altri. Per gli abitanti della città vigevano norme non scritte che vietavano le relazioni sociali con gli abitanti del ghetto.

 

Origine del ghetto urbano

Storicamente, la parola ghetto è legata al quartiere ebraico di ogni città europea. Secondo gli storici, ghetto deriva dal veneziano “gueto”, la quale pare che derivi dall’ebraico “ghet” il cui significato è “carta di divorzio”, utilizzata nel senso di separazione, esclusione (L. Wirth, “Il ghetto”, Res Gestae, Milano, 2014, pag. 9).

E’ più probabile che la parola sia derivata dall’italiano “gietto”, la fonderia di cannoni a Venezia presso cui era situato il primo insediamento ebraico. (…) Storicamente, la linea genealogica del ghetto moderno risale quindi a un’istituzione urbana dell’Europa medievale, per mezzo della quale gli Ebrei venivano segregati dal resto della popolazione (Ibidem, pag. 10).

 

Perché occuparsi del ghetto urbano

Il ghetto rappresenta il tentativo di una popolazione di insediarsi in un ambiente nuovo, diverso dal suo proprio.

Popolazioni diverse vivono vicine, conservando caratteristiche culturali e usanze specifiche, che possono entrare in antitesi. Il ghetto attiva la distinzione tra la maggioranza, che vive al di fuori, e la minoranza che invece risiede al suo interno.

Chi vive nel ghetto è tradizionalmente considerato dissenziente rispetto alla maggioranza, ma gode, per così dire, della tolleranza sociale e legislativa garantita dall’amministrazione locale.

Socialmente parlando, l’area del ghetto permette alla maggioranza di controllare meglio la minoranza che vive al suo interno.

Il ghetto riscuote, poi, un certo interesse di studio in quanto le sue dinamiche interne/esterne rispondono alle relazioni inter etniche stranieri/autoctoni (Ibidem, pag. 11-12).

I ghetti europei e statunitensi mostrano i reali processi di distribuzione e di aggregazione della popolazione all’interno delle comunità urbane. Gli studiosi se ne occupano per osservare le espressioni culturali e sociali dei vari gruppi umani trapiantati in un ambiente straniero (L. Wirth, “Il ghetto”, in “Società e metropoli”, Donzelli, Roma, 1999, pag. 143).

 

Il ghetto urbano modello

Il modello di studio del ghetto è sostanzialmente l’insediamento ebraico medievale, nelle città europee. Generalmente, gli studiosi concordano nel riconoscere il primo ghetto della storia il ghetto ebraico di Venezia (L. Wirth, “Il ghetto”, Res Gestae, Milano, 2014, pag. 3), intorno all’anno mille (Ibidem, pag. 10).

Pertanto, gli studiosi hanno assunto come modello di studio e confronto il classico ghetto ebraico.

In principio, la concentrazione della popolazione ebraica in un luogo preciso della città non era sancito da un editto formale della Chiesa o dello Stato, non era quindi un progetto socio-urbanistico dell’amministrazione locale. Il ghetto ebraico si formava (si è inizialmente formato) per soddisfare le esigenze specifiche della vita tradizionale ebraica. Gli ebrei si riunivano in quartieri compatti e socialmente omogenei, attorno alla sinagoga, per perpetuare le proprie usanze, i propri costumi, la propria religione senza ostacoli o pressioni esterne (L. Wirth, “Il ghetto”, in “Società e metropoli”, Donzelli, Roma, 1999, pag. 144; L. Wirth, “Il ghetto”, Res Gestae, Milano, 2014, pag. 22-23).

Inoltre, la popolazione del ghetto ebraico ha manifestato un alto senso di solidarietà sociale interna, distinguendosi per essere una comunità coesa a tutti gli effetti. Il mutuo aiuto è una forte componente sociale del ghetto ebraico (Ibidem).

Se prima l’isolamento sociale trovato dagli ebrei nel proprio ghetto poteva essere una sorta di privilegio, in seguito ai progressi economici dei suoi membri diventò un bersaglio del governo. Infatti, al tempo delle Crociate, la Chiesa introdusse un vero e proprio regolamento per rendere obbligatorio il confino degli ebrei nel loro ghetto.

La regolamentazione non cambiò le sorti degli abitanti del ghetto, i quali resero la propria esistenza meglio organizzata di qualunque altra istituzione sociale osservabile fuori da esso. Scuole e iniziative culturali, negozi, servizi alla persona e al commercio, opportunità ricreative, eccetera, facevano del ghetto ebraico un luogo in cui la vita era molto piacevole. Nonostante l’ufficiale segregazione e separazione dal resto della città (Ibidem, pag. 145).

 

Subcultura del ghetto urbano

All’interno del ghetto impera una precisa subcultura, vale a dire un “sottoinsieme di elementi culturali sia immateriali che materiali elaborato o utilizzato tipicamente da un dato settore o segmento o strato di una società”. Può trattarsi di una variante della cultura dominante presso la maggioranza della popolazione, oppure può essere una cultura specifica in antitesi rispetto a quella della maggioranza (L. Gallino, “Dizionario di sociologia”, TEA UTET, Torino, 1993, pag. 676).

Anche in questo senso, il ghetto ebraico rientra nel modello di studio principale, in quanto in esso si può osservare una sub-cultura diversa, ma anche in antitesi, rispetto a quella dominante.

 

Nascita del pregiudizio

Il fatto di costituire un gruppo sociale separato, distinto dal resto della popolazione cittadina, ha creato nel tempo una certa diffidenza nei non ebrei, i cosiddetti “gentili”. Con i loro usi e costumi, gli ebrei del ghetto assumevano una visibilità alta, soprattutto quando ve ne uscivano per i motivi più diversi (affari, visite a parenti, emigrazioni).

In accordo alle osservazioni e agli studi dei sociologi dell’Università di Chicago, proprio l’alta visibilità degli ebrei ha contribuito in modo molto importante a farli diventare in fretta “bersaglio del pregiudizio di razza” (L. Wirth, “Il ghetto”, Res Gestae, Milano, 2014, pag. 228).

Nel momento in cui gli ebrei del ghetto rimanevano isolati e, talvolta, impermeabili alle contaminazioni sociali esterne riuscivano a conservare la loro identità e a difendere la loro esistenza. Escludere le relazioni continuative con altri popoli li ha preservati dalla dissoluzione in quanto corpo sociale (Ibidem, 227).

Tuttavia, quell’isolamento (volontario o involontario, consapevole o non consapevole) ha creato il risvolto funesto del pregiudizio, che nei secoli è diventato discriminazione, culminando nella persecuzione: dai pogrom russi e francesi, fino all’olocausto di matrice nazista (R. Calimani, “Storia del pregiudizio contro gli Ebrei”, Mondadori, Milano, 2007; G.L. Mosse, “Il razzismo in Europa”, Mondadori, Milano, 1992).

 

Altri tipi di ghetto urbano

Il ghetto è sempre un’area segregata, separata dal resto della città. Esistono, naturalmente, altri tipi di ghetto diversi da quello ebraico, nei quali comunque sono riscontrabili le medesime caratteristiche di base.

Il ghetto ospita specifici gruppi sociali, si specializza per professioni, nel tempo subisce cambi di residenti in blocco, vale a dire interi gruppi si spostano altrove, sono sostituiti da altri gruppi etnici o sociali (invasioni e/o successioni)(Park, Burgess, McKenzie, “La città”, Ed. di Comunità, Milano, 1967, pag. 69).

L’esempio statunitense fornisce dei buoni elementi per la comprensione: quartieri occupati prima dagli ebrei, in seguito al loro spostamento diventano “Little Italy”, “Chinatown”, infine “Black belt”.

Si parla di ghetti anche nel caso di quartieri separati per il gioco d’azzardo, per la prostituzione, per i poveri (J. Madge, “Lo sviluppo dei metodi di ricerca empirica in sociologia”, Il Mulino Bologna, 1995, pag. 137-151; Park, Burgess, McKenzie, “La città”, Ed. di Comunità, Milano, 1967, pag. 12).

Anche in Italia abbiamo esempi storici di rilievo: i cittadini del Sud che si spostavano negli anni ’60 del ‘900 nel triangolo industriale Torino-Genova-Milano, occupavano inizialmente quartieri precisi, quei quartieri lasciati liberi dai vecchi residenti del Nord che si spostavano nelle nuove zone residenziali della città. Dagli anni ’90, quei cittadini del Sud si sono a loro volta spostati in quartieri migliori, sono stati sostituiti dagli immigrati stranieri (albanesi, romeni, maghrebini, mediorientali).

Ogni nuovo gruppo sociale si stabilisce nell’ambiente urbano che occupa, facendolo proprio, identificandosi con esso. “Una volta insediato nella sua area, ogni gruppo tende a riprodurre la cultura a cui era abituato nel vecchio habitat nel modo più fedele possibile” (L. Wirth, “Il ghetto”, Res Gestae, Milano, 2014, pag. 224).

 

Tolleranza e civile convivenza

Il contatto sociale tra i diversi gruppi nell’area urbana mette a confronto diverse culture, diversi modi di intendere la vita, diversi usi e costumi.

La separazione storica delle minoranze nel ghetto escludeva problemi di convivenza: usanze diverse di persone diverse che potevano entrare in collisione.

Il controllo sociale della maggioranza sulla popolazione del ghetto era uno dei motivi della sua regolamentazione per legge.

Attualmente, le regole non scritte della civile convivenza sono gli unici principi utili per giungere alla reciproca tolleranza, nello stesso contesto urbano. Infatti, il ghetto urbano sancito dalla legge non è più una soluzione percorribile nel terzo millennio.

 

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