Il quartiere dimenticato

L’attuale evoluzione sociale dell’area urbana chiamata quartiere.

 

 

Quartiere dimenticato
Un’area del quartiere dimenticato

 

 

Introduzione: la città e il quartiere

L’osservazione della città non può trascurare l’evoluzione del quartiere. La sua storia è molto importante: è la somma delle interazioni delle persone che lo hanno popolato.

La stessa città (soprattutto di dimensioni contenute) è l’insieme omogeneo di quartieri con caratteristiche somiglianti, confrontabili e riconoscibili.

L’unità di quartiere, di una piccola o di una grande città, presenta caratteristiche simili ad altre e riconoscibili. Ma è anche vero che ogni storia urbana è “a sé”, ha tratti peculiari e dettagli specifici non visibili in altre realtà.

La nostra osservazione si è rivolta a un’area urbana dai tratti e dalla storia sociale simile a tante altre, ma che presenta caratteri individuali precisi.

Con questa consapevolezza, abbiamo rivolto l’attenzione al quadro generalizzato del quartiere, alla sua evoluzione attuale.

 

Il quartiere come area naturale

L’approccio teorico, che intendiamo utilizzare in questa osservazione, propone la lettura del quartiere come un’area naturale: “un’area naturale è un’area geografica caratterizzata tanto da una individualità fisica quanto dalle caratteristiche culturali della gente che la abita” (H. Zorbaugh, “Le aree naturali della città”, in R. Rauty, “Società e metropoli”, Donzelli Editore, Roma, 1999, pag. 98).

L’area naturale urbana così definita rientra nello studio dell’ecologia umana, intesa essa “come lo studio delle relazioni spaziali e temporali degli esseri umani in quanto influenzati dalle forze selettive, distributive e adattive che agiscono nell’ambiente” (Park, Burgess, McKenzie, “La città”, Edizioni di Comunità, Milano, 1967, pag. 59).

I quartieri urbani sono entità geografiche e sociali create e fornite di senso dalle stesse persone, dalla gente, dagli abitanti. Le caratteristiche culturali, le tipologie sociali, gli interessi, le occupazioni sono raggruppate in ordini confrontabili, mostrano similitudini, come le storie famigliari.

Le relazioni tra i residenti/gli abitanti hanno creato dei legami intensi negli anni, hanno consolidato amicizie e hanno creato la comunità urbana.

A differenza del caso statunitense, in cui le aree amministrative non combaciavano con quelle naturali e comunitarie, nelle nostre città esse coincidono. L’unità di quartiere è anche unità amministrativa, riconosciuta come tale dall’amministrazione comunale (J. Madge, “Lo sviluppo dei metodi di ricerca empirica in sociologia”, Il Mulino, Bologna, 1995, pag. 157).

 

Banali ricordi

Fino all’inizio degli anni duemila, i nostri quartieri periferici erano un agglomerato di persone molto vissuti, in cui la densità abitativa (o se preferiamo residenziale) era molto alta.

Essere nati e aver vissuto nello stesso quartiere fino all’età adulta, e oltre, sembrava essere un fatto normale, pressoché scontato.

Durante i mesi estivi, intere frotte di bambini e ragazzi si sentivano vociare in strada, mentre correvano in bicicletta o tiravano calci a una palla.

Davanti agli ingressi dei condomini, sulle panchine, le signore di ogni età passavano il pomeriggio lavorando a maglia e chiacchierando con le vicine.

La lingua maggiormente usata, oltre all’italiano corrente, era il dialetto ossia il tratto culturale e storico distintivo degli abitanti del vicinato e del quartiere. Il dialetto locale era usato in tutta la città.

Il quartiere era vivente, la sua caratteristica era data dalle persone che lo popolavano, lo rendevano un’omogenea organizzazione sociale.

Parlare ora di come era il quartiere equivale a ottenere considerazioni di valore negativo: “sono solo banali ricordi”.

 

Osservazione attuale

Il quartiere prima era caratterizzato da una grande presenza di abitanti, è diventato ora praticamente un dormitorio. Molte persone, soprattutto giovani, si sono trasferite altrove, per lavoro e per necessità famigliari; vi fanno ritorno di rado per visitare i parenti.

Sono rimasti gli anziani, sono arrivati gli immigrati che hanno dato testimonianza involontaria del processo di successione teorizzato e applicato nelle ricerche della sociologia classica americana (J. Madge, “Lo sviluppo dei metodi di ricerca empirica in sociologia”, Il Mulino, Bologna, 1995, pag. 101).

Le attività commerciali hanno chiuso i battenti una dietro l’altra: il negozio di alimentari, quello di frutta e verdura, la latteria; l’ultimo in termini temporali è stato il bar. Resistono il forno, la parrucchiera, la quale ha giorni di apertura personalizzati e non prestabiliti.

Un cantiere edile è stato abbandonato nel periodo acuto della crisi economica, non è stato ripreso. In alcune zone, alcuni edifici necessitano di manutenzione e riqualificazione.

In tutta l’area del quartiere regna un grande silenzio. In ogni stagione si notano poche persone passeggiare nelle strade, che un tempo erano veramente affollate.

 

Annullato il potere di controllo sociale del vicinato

Se si riduce il numero delle persone che vivono stabilmente nel quartiere, le quali lo considerano come proprio (territorialmente e affettivamente), di conseguenza si riduce anche il grado di controllo sociale esercitato dalle stesse persone in quell’area.

I residenti, soprattutto di nuovo insediamento, non hanno radici nel territorio dentro il quale vivono. Manca l’appartenenza spaziale (P. Guidicini, G. Pieretti, a cura di, “Città globale e città degli esclusi”, F. Angeli, Milano, 1998, pag. 16-17)-

Viene a mancare la simbiosi tra gli abitanti e il quartiere, tra le stesse persone che non si sentono più parte di una comunità coesa.

Ogni residente controllerà cosa succede esclusivamente dentro al proprio giardino, lasciando agli altri l’incombenza di intervenire fuori. Perciò probabilmente, nessuno si sentirà in dovere di controllare l’area collettiva.

 

Il quartiere dimenticato

La gente ha abbandonato silenziosamente il quartiere, che pian piano è stato oggetto di desertificazione.

Le tendenze per il futuro indicano una graduale sostituzione delle persone che avevano vissuto nel quartiere, con altre di diversa provenienza geografica culturale e identitaria.

Il quartiere dimenticato potrebbe diventare un luogo di passaggio, proprio come quelli osservati nella Chicago degli anni trenta (H. Zorbaugh, “The Gold Coast”, in R. Rauty, “Società e metropoli”, Donzelli Editore, Roma, 1999, pag. 163-167).

Un altro esempio, non dissimile, può essere ripreso dal periodo degli anni ’60 in cui grandi masse di italiani si spostavano dal Meridione per ottenere un lavoro nel triangolo industriale del Settentrione.

Ciò significa annotare la progressiva riduzione del numero di anziani, a tutto vantaggio degli immigrati che vi si stabiliscono in attesa di partire di nuovo, oppure di stabilirsi in zone diverse (limitrofe), ovvero di rimanere con l’intenzione di migliorare di fatto la propria situazione occupazionale e abitativa.

In questo modo, il quartiere manterrebbe comunque la sua vocazione di area naturale, seppure diventi un enclave etnica, con il rischio di subire una segregazione razziale in ghetto appunto etnico (M. Barbagli e M. Pisati, “Segregazione residenziale”, in S. Vicari Haddock, a cura di, “Questioni urbane”, Il Mulino, Bologna, 2013, pag. 121-122; J. Madge, “Lo sviluppo dei metodi di ricerca empirica in sociologia”, Il Mulino, Bologna, 1995, pag. 135; P. Perulli, “Atlante metropolitano”, Il Mulino, Bologna, 1992, pag. 39-40; L. Wirth, “Il Ghetto”, in R. Rauty, “Società e metropoli”, Donzelli Editore, Roma, 1999, pag. 143-147).

 

Intervento

Il quartiere dimenticato deve tornare a essere vivo, grazie all’intervento dei suoi abitanti. Solo un associazionismo locale può realizzare il progetto di rivitalizzare l’unità di quartiere e riattivare il controllo di vicinato.

La comunità locale ha assolto a questo compito, negli anni passati è stato così. Attualmente, il mutamento sociale che avanza rende l’opera comunitaria sempre più difficile, poiché si devono affrontare l’individualismo e la spersonalizzazione delle relazioni sociali in ambito urbano (disgregazione sociale) (J. Madge, “Lo sviluppo dei metodi di ricerca empirica in sociologia”, Il Mulino, Bologna, 1995, pag. 142, 156), ma anche il sopravveniente carattere multietnico della società più ampia.

“(…) sono le popolazioni a creare i maggiori problemi nel governo delle aree urbane, come testimonia l’impatto della popolazione immigrata extracomunitaria sulla vita di tutte le maggiori città italiane e straniere” (G. Martinotti, “Metropoli”, Il Mulino, Bologna, 1993, pag. 21).

 

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