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Entrare nella globalizzazione

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Globalizzazione è la parola chiave della modernità

 

 

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Globalizzazione e integrazione telematica

 

 

 

Esplicitare un interesse

Riteniamo che avventurarsi nello studio del processo chiamato globalizzazione porti a ottenere una prospettiva importante riguardo alla realtà attuale.

La parola globalizzazione, insieme ai suoi sinonimi (veri o presunti) come globalismo internazionalizzazione interdipendenza integrazione globale, è ripetutamente usata su molti media, da molti personaggi (studiosi accademici, analisti, giornalisti, politici) come dalle persone comuni, per descrivere aspetti che condizionano tutti, dappertutto.

Oramai “tutto” è globale, dal commercio a internet, dalla politica al cibo, dal cambiamento climatico all’inquinamento. I movimenti di protesta sono globali, la violenza è conosciuta ovunque, anche i criminali si sono globalizzati, la povertà è presente in ogni luogo del mondo.

La globalizzazione pare che sia qualsiasi cosa che riguarda l’intero mondo, a partire dalla comunicazione fino alle nuove epidemie virali.

Tuttavia, non tutti gli aspetti della complessa vita del pianeta Terra sono parte della globalizzazione. Quest’ultima è un processo che condiziona la vita economica e sociale di molti popoli, ma solo alcuni sistemi sono parte del suo sistema più ampio, ne sono componenti.

Tutto il resto fa parte di corollari, talvolta appiccicati al suo seguito per motivi ideologici o di convenienza mediatica.

 

Quando e chi

I primi ad accorgersi, di essere entrati in una fase nuova della modernità, sono stati sicuramente gli studiosi e i ricercatori delle scienze sociali. Gli economisti e i sociologi della comunicazione hanno colto la direzione in cui correva il cosiddetto progresso. A loro, si sono aggiunti gli uomini d’affari, gli imprenditori, i finanzieri che hanno influenzato e controllato il processo stesso degli scambi internazionali.

La modernità è stata intesa come l’essenza della globalizzazione, nel senso delle reti, della comunicazione, degli scambi, della interdipendenza dei diversi luoghi del globo (si veda Giddens, 1990).

Le persone comuni hanno fatto esperienza di globalizzazione solo quando è iniziato il terzo millennio, grazie ad internet, ai voli “low costs”, ai centri commerciali, alla diffusione dei marchi, all’omologazione dei consumi, alla disponibilità di un globale panorama di informazioni e notizie. La parola globalizzazione è entrata prepotentemente nelle riflessioni massificate insieme ai prodotti cinesi a bassissimo costo, alla delocalizzazione dei reparti produttivi, alla comunicazione creata dai “social network”.

 

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La globalizzazione per tutti è identificata nei “social”

 

Anche l’immigrazione di massa verso l’Occidente è correlata ai processi della globalizzazione, sebbene esistano pareri contrastanti.

 

Una definizione condivisa

Secondo un’apprezzata riflessione, la globalizzazione consiste nella “intensificazione in tutto il mondo di relazioni sociali che legano tra loro località distanti in modo tale che gli avvenimenti locali sono influenzati da eventi che si verificano a molte miglia di distanza, e viceversa” (A. Giddens)

Le relazioni sociali sono “normalmente” inquadrate nel senso economico, si tratta di relazioni di scambio: generalizzazione, movimento monetario (si veda A. Touraine, 2008). I primi beneficiari del processo di globalizzazione sono stati gli operatori economici (partendo ovviamente dai detentori del capitale, scendendo poi all’élite dirigenziale) e i media di massa (l’impero delle telecomunicazioni).

Pertanto, la nostri tesi di fondo è che la globalizzazione sia sostanzialmente un processo economico, a vantaggio dell’élite, a detrimento delle classi inferiori.

 

Semplicemente economia

Il processo di globalizzazione, cioè l’integrazione delle economie di tutto il mondo, ha posto agli Stati-nazione domande nuove, ma allo stesso tempo ha ridotto, per vari aspetti, le loro capacità di dare una risposta a simili domande” (J. E. Stiglitz).

La globalizzazione può essere spiegata, in maniera semplice e diretta, come un processo puramente economico, spinto dalle aziende globali protagoniste dell’economia di mercato. Dietro ai cambiamenti che essa ha portato, si possono notare due tendenze di fondo, solo apparentemente ridondanti.

Da un lato, il processo di globalizzazione, spinto dalle imprese e favorito dall’abbassamento dei costi dei trasporti e delle comunicazioni; dall’altro il permanere delle nazioni, legate al proprio territorio, che cercano di organizzarsi all’interno di quadri regionali definiti da legami di prossimità geografica o storica” (G. Lafay).

L’esempio più emblematico dell’essenza economica della globalizzazione si può osservare nel caso della Cina moderna: regime dittatoriale comunista che ha abbracciato le logiche capitalistiche (produzione, logistica, delocalizzazione, mass media), ha assunto il ruolo di seconda potenza (economica e politica) globale, ha inondato di merci lo scacchiere occidentale.

 

Come vogliamo usare la globalizzazione?

In sé la globalizzazione non è sbagliata, né possiede una natura malvagia, ma è altrettanto vero che può essere distorto l’uso che se ne fa, se esso crea danni e disagi alle persone, o a intere categorie sociali (cfr. D. Zolo).

E’ stata avanzata l’idea che la globalizzazione sia totalmente positiva, poiché porterebbe un arricchimento generalizzato e un democratico accesso alle informazioni, grazie ai sistemi di comunicazione (Internet su tutti; si legga Jagdish Natwarlal Bhagwati, 2005).

In realtà, sono stati presentati studi a dimostrazione che “la globalizzazione economica oggi porta con sé, oltre a un aumento assoluto della povertà in talune aree continentali, fenomeni generali come la crescente divaricazione fra la ristretta minoranza di paesi ricchi e potenti e una grande maggioranza di paesi poveri e deboli, l’aumento della disoccupazione in tutti i paesi, inclusi quelli industrializzati, e una crescita della produttività costantemente minacciata dalle turbolenze dei mercati finanziari” (D. Zolo; si veda anche L. Gallino, 2000).

Finanza, imprese, mercati usano la globalizzazione per creare profitti su larga scala, spostando denaro e risorse qua e là. Le persone, intese come cittadini e lavoratori, usano gli strumenti offerti dalla globalizzazione per ottenere beni e servizi, che prima non erano facilmente raggiungibili.

 

Commercio e consumo

Grazie alla comunicazione telematica (rete Internet) e alla logistica integrata (trasporti con costi al ribasso su tutto il globo), le imprese hanno reso disponibili praticamente ovunque un catalogo molto vasto di prodotti. In tempi accettabili, pagando con carta di credito o bonifico bancario on-line, è possibile ordinare e ricevere a casa merci provenienti dagli Stati Uniti, dalla Germania, dalla Cina.

Prendiamo ad esempio il colosso cinese dell’e-commerce “Alibaba”, con il suo catalogo ricchissimo (e sconvolgente), può garantire consegne ovunque con tempi che solo dieci anni fa risultavano impossibili. Alibaba sta insidiando la leadership di Amazon (USA) anche in Europa.

La globalizzazione è un sistema economico, che si sviluppa in modo naturale nel settore dei beni di consumo.

 

Globalizzazione VS frontiere

La storia politica del pianeta sembra mettere in discussione le frontiere tradizionali nel momento in cui il mercato libero mondiale prende forma e le tecnologie della comunicazione sembrano di giorno in giorno cancellare gli ostacoli legati allo spazio e al tempo” (M. Augé).

Il moderno vortice degli scambi globali non considera le frontiere come un ostacolo rilevante, nel momento in cui le merci e le informazioni le scavalcano con indifferenza. Tuttavia, il confronto tra globalizzazione e frontiere esiste ed è attuale.

Essere a favore della globalizzazione significa essere contrari alle frontiere, ai controlli doganali. In una parola, significa essere simpatizzanti del cosmopolitismo, se non proprio militanti a suo favore.

Se utilizziamo la fortunata definizione di Giddens, possiamo affermare che l’intensificazione delle relazioni sociali su tutto il globo sia l’aumento del reticolo degli scambi nello stesso ampio spazio. Per ottenere ciò, è necessario che esista una pressoché illimitata libertà di scambio, vale a dire eliminare – o ridurre al minimo – ogni tipo di filtro all’entrata e all’uscita.

Le frontiere tra i vari stati (nazione) rappresentano quei filtri, sono i controlli che gli stessi paesi fanno per evitare problemi, guai, crimini, invasioni.

Proprio in questo punto nascono le incognite: non sono pochi coloro che intendono gli uomini soggetti alla globalizzazione, oppure suoi agenti. La chiamano globalizzazione delle persone: turisti, lavoratori (trans-frontalieri, managers, imprenditori, accademici, liberi professionisti), migranti/profughi.

Il processo della globalizzazione è stato concepito per gli scambi economici, finanziari, comunicativi, non per le persone infatti le persone non sono merci, non sono oggetti.

L’interazione globalizzazione/frontiere si basa su accordi commerciali tra gli Stati, come i seguenti:

    • Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization), è l’unica organizzazione internazionale globale che tratta le regole del commercio tra le nazioni.
    • European Free Trade Association (EFTA) è un associazione di libero scambio tra Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera.
    • AFTA (Asean Free Trade Area / Association of Southeast Asian Nations), si occupa di ridurre al minimo le tariffe doganali tra gli stati aderenti per il commercio.
    • NAFTA accordo di libero scambio tra USA, Canada e Messico, per il superamento delle barriere doganali tra gli stati membri.

 

 

La globalizzazione di qualsiasi cosa

Dalla cultura al cibo, dalle partite di calcio ai concerti, la parola globalizzazione viene declinata secondo varie prospettive. Si perde il senso iniziale, economico, i media di massa si divertono a proporre al grande pubblico panorami di senso ampi e spesso discordanti.

Siamo dentro la globalizzazione e ci ostiniamo a darle meriti e colpe per qualsiasi cosa, usandola come parola chiave per successivi rimandi nella rete.

Si parla spesso di cultura globalizzata e globale, poiché le informazioni e le notizie di qualsiasi genere sono disponibili ovunque nel globo. Ciò è reso possibile dalla comunicazione di massa, dalle connessioni telematiche, dalle opportunità di integrazione alla rete internet. La comunicazione è parte del progresso economico, senza la quale gli scambi non si sarebbero evoluti nei modi che possiamo osservare oggi.

Solo il fatto, apparentemente insignificante, per il quale la lingua usata in tutti gli scambi globali è l’inglese, delinea contenuti di senso culturale.

 

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Globalizzazione e contenuti culturali: la lingua inglese

 

L’ampio spettro dei contenuti della cultura diventano potenzialmente disponibili per tutti gli abitanti del globo. Ma di quale cultura? Occidentale? Mediorientale? Asiatica? Africana?

Grazie ai sistemi di comunicazione, sarà più e meglio conosciuta nel mondo la cultura dei Paesi che possiedono la diffusione più capillare, i contenuti più attraenti, la pubblicità più accattivante.

Alla fine della trasmissione abbiamo però perso il senso della globalizzazione, tutto diventa parte di essa, indistintamente.

 

 

Dentro la globalizzazione

Le persone normali si sono trovate dentro il processo di globalizzazione, quando il suo meccanismo era già avviato. Prenotare un volo aereo su internet senza andare in agenzia viaggi; comprare un kimono su una piattaforma di e-commerce di Tokio, dopo dieci giorni arriva con corriere internazionale; visitare Washington stando al computer, osservare via web-cam le renne della Lapponia.

Si può e si deve considerare che il nostro abbigliamento, acquistato nei negozi delle nostre città, spesso è stato fabbricato in Cina o Taiwan o Vietnam o Marocco o Tunisia, partendo dal “design” di stilisti italiani, francesi o statunitensi. Lo stesso vale per numerosi elettrodomestici come il frigorifero, l’aspirapolvere, il frullatore, spesso di tecnologia tedesca ma fabbricati in Cina.

Nella maggioranza dei casi, non abbiamo prestato attenzione ai momenti dell’entrata nella modernità che stiamo vivendo (parafrasando l’accademico britannico Giddens), per poi citarla copiando i modi della stampa e dei media, che di globalizzazione parlano quotidianamente senza, però, fare le dovute precisazioni.

 

 

Nota bibliografica

Coloro che desiderano avere i riferimenti bibliografici dettagliati, su cui sono basate le riflessioni contenute in questo contributo, sono pregati di mandare una richiesta scritta utilizzando il modulo dei contatti.

Grazie.

 

 

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Pubblicato da Il Sociale Pensa

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