Se tre milioni di disoccupati non preoccupano

Se tre milioni di disoccupati in Italia vi sembrano pochi, significa che c’è un grave problema sociale.

 

Lavoro
Mancanza di lavoro

 

 

Disoccupati, mal-occupati, esclusi dal mercato del lavoro, precari.

Se tre milioni di senza lavoro vi sembran pochi, rispetto a poco più di venti milioni di occupati, e un milione e trecentomila posti di lavoro scomparsi in tre anni (1992-94) e mai ricomparsi non vi pare motivo di preoccupazione, provate a immaginare che cosa sarebbe la società italiana quando dovessero scomparire un altro paio di milioni di posti, e le persone in cerca di lavoro diventassero due o tre volte tanto. Non sono cifre abbozzate a effetto per il copione d’un film dell’orrore economico. Sono grandezze che derivano dal riferire al nostro paese le previsioni sul futuro prossimo del lavoro – diciamo a otto-dieci anni – formulate a livello mondiale non solo da economisti o sociologi controcorrente, sempre accusabili di catastrofismo; ma pure da fonti autorevoli, come grandi società di consulenza, dirigenti delle maggiori corporations transnazionali, serissimi studiosi di scienza del futuro.”

 

Disoccupati
Testo fondamentale

 

Il periodo è tratto dall’introduzione del libro di Luciano Gallino intitolato “Se tre milioni vi sembran pochi. Sui modi per combattere la disoccupazione”, edito da Einaudi (Torino) nel 1998.

Non si parla di un secolo fa, ma di un arco recente di storia economica. Ciò che invece deve attrarre l’attenzione è la ricorrenza del solito problema italiano (tra gli altri) cioè la disoccupazione. E’ il problema endemico del Paese Italia, che nessuna dirigenza politica economica o sociale riesce (ma forse è meglio dire non vuole) debellare.

“(…) la disoccupazione in Italia, come negli altri paesi industriali, è diventato un severo problema strutturale, che nessun miglioramento della congiuntura servirà a risolvere. Non un fatto transitorio dovuto al rallentamento dell’economia, bensì uno stato profondo di mal-essere sociale, anzi di mal-esistere, nato da un rapporto perverso tra lavoro umano e sistema economico.” (L. Gallino)

 

Indifferenza governativa

Si succedono i governi alla guida del Paese, cambiano i ministri dell’economia, del lavoro ma il risultato rimane sempre l’immobilismo, rimane il blocco delle riforme, rimane l’immagine di una classe dirigente inetta e incapace. Ogni volta che compare un personaggio “nuovo” sotto le luci della stampa salire a Palazzo Chigi, pare che finalmente la crisi sia finita, sbocciano grandi aspettative di ripresa accompagnate da sospiri di sollievo. Ogni ministro ha la sua personalissima ricetta, che puntualmente viene smontata dai fatti, l’economia del lavoro non riparte. Un esempio è il caso dei “voucher” ossia dei buoni lavoro, con i quali i datori di lavoro pagano i lavoratori occasionali, atipici. L’idea era di far emergere il lavoro nero, ma invece le aziende hanno iniziato a utilizzare i voucher per remunerare qualsiasi tipo di lavoratore, facendo aumentare così il precariato.

Chi ha pensato ai voucher non ha allo stesso tempo pensato ai controlli da fare. Il solito meccanismo italiano che aggira i divieti e le norme.

 

ministro poletti
Il ministro del lavoro

 

L’attuale ministro del lavoro forse verrà più ricordato per le sue brutte parole verso i giovani che emigrano all’estero, che per le sue soluzioni a favore dell’occupazione. Ci ricorderemo molto facilmente del suo figliolo, a capo di una cooperativa di giornalisti destinataria di decine di migliaia di euro di contributi pubblici. Questo “giovane” di sicuro non ha sentito la necessità di andare a cercare un lavoro migliore all’estero.

 

Politici e imprenditori responsabili

Se non sono i dati o le dichiarazioni degli esperti a sorprendere, quel che appare invece sorprendente è il disinteresse svagato, quando non si dimostri insofferente, che caratterizza in Italia politici e imprenditori, studiosi di materie economiche e perfino sindacalisti, dinanzi alla prospettiva d’una società in cui le forze di lavoro occupate siano soltanto un quinto o poco più del totale. Con altri quattro quinti che si divideranno tra disoccupati e mal occupati, oppure saranno mantenuto a livelli minimi di sopravvivenza materiale e mentale da una frazione del reddito percepito dal quinto che avrà ancora un lavoro regolare e ben retribuito.” (L. Gallino)

I famosi politici sono insensibili e refrattari ad accettare la superiorità intellettuale di chi ha studiato per davvero, di chi ne sa naturalmente più di loro. I politici non accettano le critiche degli studiosi, degli intellettuali che potrebbero fornire un decisivo contributo per la causa italiana. Ogni gruppo dirigenziale politico, che sale sullo scranno del governo, pretende di insegnare come va il mondo e come funziona il mercato del lavoro. Quei gruppi dirigenziali sostengono di avere dietro di loro fior di specialisti, grandi menti che lavorano per le riforme. Nonostante quelle rassicurazioni nulla si muove, niente migliora. Sarebbe bene, allora, cambiare gli specialisti o forse direttamente la dirigenza come fanno negli Stati Uniti.

 

“Austerity”

Gli ‘esperti’ della politica hanno fatto dell’austerity una zavorra pesantissima che ha affossato ancor di più un Paese in grave crisi economica. Invece di puntare su ricerca e sviluppo, finanziare progetti di giovani ricercatori, scegliere la via degli investimenti sulle nuove tecnologie, gli ‘esperti’ della politica hanno tagliato linearmente fondi e sussidi aumentando le tasse a chi era facilmente reperibile. La lotta alla corruzione dilagante è rimasta una bella frase da dire alla stampa.

Abbiamo già superato i primi anni del terzo millennio, abbiamo lasciato indietro paure cabalistiche immotivate dettate dalla superstizione più ignorante, ma non abbiamo messo mano in modo deciso alla piaga italiana per eccellenza. Semmai abbiamo preso consapevolezza di essere rassegnati a certe pratiche che accompagnano il mercato del lavoro: il clientelismo, il nepotismo, le raccomandazioni.

Secondo i dati EUROSTAT i grandi Paesi della UE stanno meglio di noi, la loro disoccupazione è decisamente più bassa. Non parliamo della Germania, che attualmente assorbe forza lavoro come succedeva in Italia negli anni ’60.

 

Minimizzare la situazione

Se davvero quegli oltre tre milioni di disoccupati sono ‘pochi’ per chi dirige il Paese Italia, significa che c’è un grave problema sociale inascoltato, che le priorità sono tragicamente altre (per esempio le elezioni), significa che la politica tutela solamente sé stessa e i suoi membri.

 

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