L’integrazione negli altri Paesi

Come gli altri grandi Paesi occidentali hanno interpretato l’integrazione degli stranieri.

“American melting pot”, “multiculturalismo all’inglese”, “Deutsche Gastarbeiter”, “assimilationniste français”.

 

Le migrazioni nel mondo
Le migrazioni nel mondo

 

 

Accoglienza e integrazione

Parlare di accoglienza significa ragionare sui metodi di integrazione, ciò significa affrontare la questione dell’inserimento sociale, lavorativo e culturale nel contesto nazionale di riferimento. Se i risultati dell’inserimento vengono disattesi, per motivi di carenza di progetti o per disinteresse da parte dei nuovi arrivati, si può parlare di integrazione fittizia.

Ogni Paese occidentale ha concepito e adottato un metodo particolare per realizzare l’integrazione. Ogni Paese, sulla base delle proprie caratteristiche culturali e storiche, ha generato un modello per l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati provenienti da altri Paesi.

 

“American melting pot”

 

Melting pot
Melting pot

 

Gli USA sono sicuramente il Paese che accoglie i migranti da più tempo, già dalla fine del ‘700, da tutto il resto del mondo (prima dall’Europa, poi da ogni provenienza). Il modello tradizionale usato dagli Stati Uniti è chiamato “melting pot” (il crogiuolo), la pentola sociale che mescola le varie culture.

Anziché portare a dissoluzione le tradizioni degli immigrati a favore di quelle dominanti tra la popolazione indigena, si cerca di mescolare le une con le altre in nuove forme capaci di rielaborare i modelli culturali esistenti” (A. Giddens “Sociologia”, Il Mulino, Bologna, 1994, pag. 280).

“(…) gli elementi di differenza etnica, culturale e religiosa hanno dato vita a società ibride, in cui nella cultura dominante possono innestarsi contributi provenienti da altre tradizioni” (Dizionario Essenziale di storia sociale, De Agostini, Novara, 2003, pag. 130).

Il modello del “melting pot” americano ha creato ghetti etnici, “slums” dove le varie etnie sono state (o si sono) ridotte, entro confini geografici e sociali ben definiti (J. Madge, “Lo sviluppo dei metodi di ricerca empirica in Sociologia”, Il Mulino, Bologna, 1995, pag. 131-173, 327-364).

Il crogiuolo di culture è stato ripensato e rielaborato varie volte, fino a giungere a due momenti molto importanti per la società statunitense: i conflitti razziali degli anni 1991-1992 e l’attacco terroristico islamico dell’11 settembre 2001.

Oltre ad essere di fronte a grandi tragedie di difficile gestione, si è trattato di affrontare occasioni di rinnovamento socio-culturale, verso la soluzione positiva di conflitti e nuove minacce.

 

“Multiculturalismo all’inglese”

 

Multiculturalismo
Multiculturalismo all’inglese

 

In Gran Bretagna è stato utilizzato il metodo del “multiculturalismo”, secondo il quale ogni cultura è tollerata e detiene la medesima qualità rispetto alle altre.

Il modello “multiculturalista inglese” riconosce non solo i diritti dell’individuo immigrato ma anche quelli del suo gruppo di appartenenza. “Ai cittadini e agli immigrati, il Regno Unito non chiede l’abbandono delle loro identità culturali in cambio dell’integrazione o dell’accesso ai diritti. L’unico limite è costituito dal rispetto delle leggi e delle regole democratiche”. (R. Guolo, “Modelli di integrazione in Europa”, Paper per il Convegno di Asolo, ottobre 2009, pag. 3).

Il “multiculturalismo inglese” ha creato comunità etniche non integrate nella società nazionale: ogni comunità etnica è affiancata alle altre, ma senza comunicare con esse. Gli studiosi hanno osservato la preminenza all’auto chiusura delle comunità immigrate, esse diventano fortemente auto referenziali, rifiutano l’autorità nazionale, si dimostrano disinteressate alla comunicazione intercomunitaria. (R. Guolo, “Modelli di integrazione in Europa”, Paper per il Convegno di Asolo, ottobre 2009, pag. 4).

Il “multiculturalismo inglese” è entrato in crisi con l’avvento dell’immigrazione incontrollata nel Sud Europa, ma anche a causa dell’ingombrante presenza islamica, giungendo così alla cosiddetta “Brexit”.

La “Brexit” ha mostrato che le politiche di gestione dell’immigrazione nella Comunità Europea non erano positivamente accettate dalla maggioranza dei cittadini Britannici. L’espansione islamica in territorio europeo, nonché i timori per il terrorismo della stessa matrice, hanno spinto i governi britannici a rivedere le politiche di accoglienza e integrazione (Rivista LIMES, n. 7/2016, pag. 211-216).

 

“Deutsche Gastarbeiter”

 

Gastarbeiter
Lavoratori ospiti

 

Nel secondo dopoguerra, la Germania è tornata protagonista sul piano economico e sociale, ha attratto decine di migliaia di lavoratori dal sud dell’Europa. Già negli anni ’40, la Germania di Hitler aveva assorbito (seppur coattivamente) una grande mole di forza lavoro.

Il modello tedesco si chiamava del “lavoratore ospite”, il “Gastarbeiter”, che prevedeva l’inserimento lavorativo dei nuovi arrivati con la prospettiva del loro rientro nella loro terra d’origine, al termine della loro missione di lavoro. Il lavoratore ospite in Germania era istituzionalmente precarizzato, non era stabilizzato, non erano previsti per lui insediamenti duraturi nel tempo. Lo Stato incoraggiava gli immigrati a mantenere la propria cultura di base, ma solo in vista del loro rientro in Patria. (E. Colombo “Le società multiculturali”, Carocci, Roma, 2002, pag. 49).

Le ondate migratorie connesse agli eventi storici seguiti alla caduta del Muro di Berlino (novembre 1989), hanno reso necessario modificare il sistema di accoglienza e integrazione previsto dal Governo tedesco. Il progresso economico della Germania ha modificato il fabbisogno di manodopera, indirizzando il Governo verso la stabilizzazione di sempre più grandi gruppi etnici (turchi, slavi, russi, polacchi, italiani). E’ via via aumentata la presenza della comunità islamica, che ha modificato la composizione sociale e culturale delle grandi città tedesche.

La “Primavera araba” (2011 e seguenti), le guerre in Medio Oriente (Siria) hanno fatto aumentare gli arrivi di aspiranti profughi, insieme ai consueti immigrati economici dall’Africa. “Rispetto a paesi di lunga tradizione immigratoria quali l’Australia, il Canada o gli Stati Uniti, non esiste tuttora in Germania alcuna possibilità di soggiorno se non si può concretamente dimostrare di avere un impiego (Rivista LIMES, n. 7/2016, pag. 206).

 

“Assimilationniste français”

 

In Francia
Assimilazionismo francese

 

Da ultima, la Francia si è imposta prima come méta alternativa alla Germania per i lavoratori del sud Europa. In seguito, con l’espansione coloniale in Africa, ha ricevuto numerosi immigrati provenienti dal continente nero (Tunisia, Algeria, Ciad).

Il modello francese prevede l’assimilazione culturale degli immigrati: “Gli immigrati che vogliono inserirsi a pieno titolo nella nuova comunità (francese) possono farlo accettando le regole in essa in uso e facendo propria la lingua, le tradizioni, i valori e le abitudini del paese ospitante”. Il tutto avviene “relegando il mantenimento delle loro specificità e delle loro differenze all’ambito privato e domestico” (E. Colombo, “Le società multiculturali”, Carocci, Roma, 2002, pag. 46).

I servizi pubblici, dalla scuola alla pubblica amministrazione, si appellano ai principi di universalità e uguaglianza, trattano i cittadini allo stesso modo senza badare alle differenze specifiche di ogni comunità etnica.

Non ci sono, dunque, riconoscimenti di diritti collettivi per le minoranze, etniche o religiose che siano. Lo spazio pubblico è informato a una ‘laicità negativa’, che esclude la presenza di segni religiosi di qualsiasi tipo, in quanto potenzialmente conflittuali. (…) Questo modello di tipo inclusivo, non respinge l’immigrazione da popolamento, e rende più semplice l’accesso alla cittadinanza” (R. Guolo, “Modelli di integrazione in Europa”, Paper per il Convegno di Asolo, ottobre 2009, pag. 2).

La comunità islamica ha posto in seria crisi il modello assimilazionista francese, in quanto la pratica sociale islamica non prevede la distinzione tra diritto e religione, tra società e religione. L’islam è forma unitaria filosofica, sociale, politica e naturalmente religiosa, non tollera distinzioni, ma soprattutto non ammette alcuna assimilazione. Ne sono nati scontri sociali culminati in problemi di convivenza. Il caso del velo islamico (con le sue conseguenze sociali, ma anche politiche) entra prepotentemente sulle scene giornalistiche, a cadenze quasi perfette.

Da ultimo, le varie rivolte delle “banlieue” dimostrano che l’integrazione assimilazionista francese non ha portato gli effetti desiderati verso l’inclusione sociale.

Il multiculturalismo ha fallito ovunque.

 

Conclusioni

Ogni Paese occidentale ha utilizzato una specifica via all’integrazione degli stranieri. Tutti i metodi sociali sono stati introdotti accompagnandoli con grandi aspettative, ma durante gli anni si sono logorati finendo nel prepensionamento anticipato. E’ successo perché la realtà sociale e il suo mutamento sono concretamente complessi, prima da prevedere poi da gestire. Non c’è stata un’adeguata flessibilità governativa, in grado di attualizzare politiche che si adattassero al mutamento in atto.

E’ vero che la sempre più massiccia presenza di immigrati di fede musulmana ha reso più difficile la convivenza sociale, anche nei territori (quartieri, frazioni, zone metropolitane allargate, intere città) dove non si erano mai verificati problemi. Il terrorismo islamico ha trovato sempre più campo libero nei Paesi occidentali, nelle case degli immigrati di seconda e terza generazione, che si sono lasciati radicalizzare per fare un torto alla Nazione che (secondo loro) non li ha accettati.

La voce dei cosiddetti musulmani moderati stenta a farsi sentire contro il radicalismo, forse perché, come osservano alcuni studiosi, “non esistono molti Islam bensì un solo Islam”.

La sfida dell’integrazione e dell’accoglienza è una partita tuttora aperta, tuttavia essa è lasciata più alla buona volontà di una parte della Società Civile che alla dirigenza politica, la quale ha le chiavi del potere e potrebbe migliorare le cose.

 

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