Città globale, città globalista

Dal villaggio, alla città, alla globalizzazione

 

 

 

Rappresentazione della città

L’osservazione e lo studio dell’attuale panorama urbano ci portano ad affermare che esso sia globale: integrato nell’economia mondiale, connesso internazionalmente grazie alla rete Internet, comunicante con le zone limitrofe e oltre a mezzo dei vari sistemi di trasporto locale, regionale, nazionale.

La nostra prospettiva di osservazione si focalizza sulla comunicazione, intesa nella sue diverse declinazioni (sociale, relazionale, materiale).

Le aree metropolitane sorgono anzitutto in seguito allo sviluppo di un nuovo tipo di trasporti e di rete di comunicazioni, cioè trasporti pubblici, privati e trasporti merce automobilistici, telegrafo, telefono, radio e televisione. Nei paesi capitalistici ne è un fattore importante anche la stampa, soprattutto la stampa quotidiana edita nella metropoli” (J. Musil, “Sociologia della città”, Angeli, Milano, 1973, pag. 235).

Al termine della nostra osservazione affermiamo che la città sia anche globalista, nei modi e nei termini che spiegheremo più avanti.

 

Negli anni ’60 del ‘900 si parlava di villaggio globale

L’uomo moderno vive la condizione di abitante in un villaggio globale. L’affermazione è del sociologo canadese Marshall McLuhan, si riferisce a quanto creato dai moderni sistemi di comunicazione, appunto nell’ambiente urbano. Dobbiamo specificare che la comunicazione di massa raggiunga potenzialmente anche gli ambienti rurali, pertanto sarebbe più corretto dire che ogni ambiente sociale può essere toccato dalla comunicazione (M. McLuhan, “Gli strumenti del comunicare”, Garzanti, Milano, 1974, pag. 98).

Grazie ai mezzi di comunicazione moderni, che consentono di congiungere tra loro ‘in tempo reale’ i punti più lontani del pianeta, il mondo si è rimpicciolito, al punto da potere essere paragonato a un villaggio” (P. Ortoleva, “Mass media – Nascita e industrializzazione”, Giunti, Firenze, 1995, pag. 26).

Se noi oggi siamo consapevoli di vivere tutti in un mondo, ciò è il larga misura la conseguenza della dimensione internazionale dei mezzi di comunicazione” (A. Giddens, “Sociologia”, Il Mulino, Bologna, 1994, pag. 504).

 

Dal villaggio alla città globale

Il villaggio globale ha un panorama urbano molto ampio, costruisce tessuti metropolitani unendo vasti territori, diventa esso metropoli. Città piccole e grandi si trovano interconnesse, tra le tante si erge a protagonista una che diventa globale.

La città globale può essere osservata e interpretata come un costrutto di carattere comunicativo, che pone la sua peculiarità appunto nella diffusione delle informazioni, nella connessione massificata tramite dispositivi elettronici (prima erano quelli elettrici, come ben li definì McLuhan).

Le nuove tecnologie hanno reso più veloci le comunicazioni, accessibili a chiunque, ma hanno anche reso la città un ambiente distaccato dalle comunità locali.

E’ possibile essere in contatto con persone distanti migliaia di chilometri, ma essere indifferenti ai vicini di casa, sono i risultati della società della informazione (L. Sartori, “La società dell’informazione”, Il Mulino, Bologna, 2012, pag. 27-29) e del moderno urbanesimo (L. Wirth, “L’urbanesimo come modo di vita”, Armando, Roma, 1998).

 

 

Interpretazione economica e transazionale della città globale

Al fianco dell’interpretazione della città come centro del sistema comunicativo di massa, esiste un altro orizzonte che presenta la città globale come centro economico, finanziario, della ricerca e della innovazione, come centro dirigenziale (J. Veron, “L’urbanizzazione del mondo”, Il Mulino, Bologna, 2017, pag. 61-62).

L’analisi della città globale è stata condotta dalla sociologa statunitense Saskia Sassen, la quale ha osservato e studiato le metropoli mondiali nelle loro caratteristiche transazionali, produttive e dirigenziali.

Secondo la Sassen, sono le stesse città definite globali che si fanno fautrici e promotrici del complesso meccanismo della globalizzazione, intendendo il ramificato e altrettanto complesso sistema di transazioni internazionali instaurate su tutto il globo terrestre (S. Sassen, “Le città nell’economia globale”, Il Mulino, Bologna, 1997, pag. 31).

Le città globali sono i luoghi chiave per l’insediamento delle strutture che provvedono ai servizi avanzati e alle telecomunicazioni, due fattori indispensabili per la realizzazione e la gestione delle operazioni economiche globali. Nelle città globali tendono altresì a concentrarsi i quartieri generali delle imprese, specialmente di quelle che operano in più di un paese” (Ibidem, pag. 32).

 

Globalizzazione e localizzazione/delocalizzazione

Il centro dirigenziale rimane dislocato nella città globale, al suo interno pertanto si insediano i grandi gruppi aziendali, finanziari, politici. Al contempo, la produzione dei beni è delocalizzata in altri luoghi, lontani dalla città globale, in altri Paesi con sgravi fiscali, basso costo della manodopera, bassi costi di produzione in generale.

Gli impianti di produzione sono stati dispersi su tutto il globo, è stato fatto largo uso del subappalto a piccole unità persino in remote località rurali (Ibidem, pag. 37-38), sollevando il problema etico del giusto compenso per i lavoratori.

La interconnessione dei luoghi, grazie ai sistemi di comunicazione globale, rende possibile coprire grandi distanze riducendone i costi rispetto agli anni addietro.

I passaggi evolutivi dal carro con cavallo alla bicicletta, dalla ferrovia all’aeroplano sintetizzano il mutamento sociale ed economico che attualmente diamo per scontato e per acquisito (M. McLuhan, “Gli strumenti del comunicare”, Garzanti, Milano, 1974, pag. 95-97, 188-194). L’evoluzione tecnologica ha permesso l’affermazione della globalizzazione economica.

 

Il mercato nella città globale

L’organizzazione globalizzata della città contemporanea struttura, quindi, la dispersione spaziale delle attività economiche e l’integrazione nel sistema internazionale in un unico contesto.

Le città globali conservano le funzioni di comando, difendendo il loro ruolo strategico, riservano per sé anche il ruolo di piazze del mercato transnazionale di prodotti finanziari e di vario tipo (S. Sassen, “Le città nell’economia globale”, Il Mulino, Bologna, 1997, pag. 33).

Le città globali rendono possibile l’integrazione di tutti i più importanti mercati del mondo, è possibile acquistare a New York, Londra, New Deli, Pechino, Tokyo, Parigi, Francoforte, restando comodamente seduti davanti una postazione informatica a migliaia di chilometri di distanza.

 

Non tutte le città sono globali

I centri di potere economico, finanziario, politico riconducono alle sedi delle grandi aziende transnazionali e multinazionali; ma non solo, possiamo includere nell’insieme anche le sedi delle organizzazioni internazionali: Banca Mondiale, ONU, Comunità Europea, NATO, le Banche Centrali dei Paesi occidentali, Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch, Credit Agricole, Boeing, Unilever giusto per fare qualche esempio concreto ma ovviamente l’elenco non è completo.

Le uniche città che possiamo definire globali rientrano nella descrizione precedente, devono pertanto presentare caratteristiche dirigenziali e di fattivo comando, di mercato transnazionale, di centro della finanza globale e dei servizi, di ricerca e sviluppo.

 

Essere inclusi o esclusi dalla città globale

La città contemporanea offre grandi possibilità agli abitanti, ai residenti, ai turisti di ogni specie. E’ inequivocabile che la città offra opportunità di lavoro, di arricchimento culturale, di divertimento, di preparazione sportiva. Nell’ambiente urbano è sempre presente un mercato di beni e servizi, ampio o limitato, ma pur sempre centro di ritrovo sociale oltre che economico.

Le persone che possono, a vario titolo, usufruire del bene città nelle sue caratteristiche sono di fatto incluse in essa.

All’interno degli ampi confini della città globale, vivono persone che non possono godere delle opportunità offerte. Quelle persone sono semplicemente escluse, vivono ai margini del mercato urbano, solitamente non godono dei vari servizi presenti, non dispongono delle risorse necessarie per entrare nell’ambiente urbano globale.

Gli esclusi dalla città globale sono i poveri, gli emarginati a vario titolo, le persone affette da disagio sociale e personale (psicologico), che sono stati allontanati dal sociale, dalla comunità locale, dalle relazioni umane fondamentali come ad esempio quelle famigliari. Essi perdono i legami sociali primari, perdono la facoltà di consumare ai minimi livelli, smarriscono il legame con il proprio territorio.

La vita urbana non si cura degli esclusi da sé, si interessa solamente di coloro che partecipano attivamente alla comunicazione e al mercato globale dentro la città. Tutti gli altri sono semplicemente dimenticati, ignorati, non esistono.

Per approfondire questa parte, rimandiamo a P. Guidicini e G. Pieretti (a cura di), “Città globale, città degli esclusi”, Angeli, Milano, 1998; P. Guidicini, G. Pieretti, M. Bergamaschi (a cura di), “Gli esclusi dal territorio”, Angeli, Milano, 1997.

 

 

La città moderna è globalista

Proponiamo l’ipotesi che la città moderna sia globalista, oltre che globale. Entrambi i termini si riconducono alla comune matrice della globalizzazione. La parola globalista rimanda a una rappresentazione di tipo “lateralmente” diverso.

Il sociologo tedesco Ulrich Beck ha affermato che globalismo è sinonimo di capitalismo globale, esso pertanto è un avversario del cosmopolitismo (U. Beck, “La società cosmopolita”, Il Mulino, Bologna, 2003, pag. 224). Parafrasando Beck, potremmo affermare che il globalismo sia l’insieme delle operazioni economiche, finanziarie, politiche dei grandi gruppi che controllano l’economia mondiale.

In questa accezione, globalismo non è molto distante da globale, anzi pare proprio che le due parole siano parenti stretti.

Ad ogni modo, abbiamo trovato molti spunti di riflessione adatti ad aprire un contenzioso di carattere ideologico attorno alla parola globalista, nonché alla sua appartenenza urbana.

Sulla base di informazioni scovate nella rete internet, esistono organi di stampa indipendente che si professano globalisti senza essere sostenitori della finanza e del capitalismo globale, anzi si dichiarano all’altro lato.

La loro rappresentazione dell’essere globalista si riempie di obiettivi quali: cittadinanza globale, uguaglianza sociale universale, eliminazione delle frontiere e della sovranità nazionale, allargamento dei diritti civili, un governo sovranazionale, globalizzazione, lotta al razzismo.

In questa rappresentazione sono presenti alcuni dei termini più importanti del pensiero cosmopolita: chiamiamolo globalismo ideologico.

 

Contraddizioni in termini e prese di posizione

La città globale è sicuramente contesa e strattonata da forze ideologicamente opposte, che intendono usare le ragioni della globalizzazione a proprio piacimento.

Alcuni giorni assistiamo alle manifestazioni di protesta a favore di qualsiasi istanza (gli immigrati e il razzismo, il cosmopolitismo, il cambiamento climatico) e contemporaneamente contro la globalizzazione (No-Global e simili gruppi di protesta).

In altri giorni, possiamo assistere alle speculazioni dei mercati finanziari, alla chiusura delle aziende, all’aumento della disoccupazione, alle manifestazioni dei lavoratori diventati disoccupati a causa della delocalizzazione aziendale.

Globalisti si dichiarano le persone a favore dell’immigrazione, che lottano per la dissoluzione delle frontiere, per l’allargamento dei diritti delle minoranze. Sono i globalisti ideologici che abbracciano il pensiero cosmopolita.

Parimenti, nei centri dirigenziali della città globale, i globalisti economici decidono di spostare masse finanziarie qua e là, incuranti delle vere vittime della globalizzazione: disoccupati, poveri (relativi o assoluti), sfollati dai territori profondamente inquinati, popolazioni del Terzo Mondo affamate dal neo colonialismo francese e cinese.

 

città globale
Globalismo ideologico VS Globalismo economico

 

Globale, globalista, cosmopolita, mondialista, progressista eccetera sono termini molto di moda in questi anni. Si usano le stesse parole per chiamare in causa concetti evidentemente contrastanti, che tra loro non possono convivere.

Per questi motivi, avanziamo l’ipotesi che, comunque la si veda, la moderna città è globalista oltre che globale, nel senso economico, sociale e ideologico del termine.

 

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