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Nell’Europa cosmopolita

Europa cosmopolita

Viaggi e interazioni occasionali nell’Europa cosmopolita

 

 

Europa cosmopolita
Viaggio in Europa

 

 

Tutti in Europa

Attorno ai vent’anni, pareva che restare sempre in un raggio di qualche chilometro distante da casa fosse terribilmente noioso, però i più intraprendenti non progettavano di andare a Roma o a Milano, piuttosto macchinavano di “andare in Europa”.

I primi della nostra generazione ad “andare in Europa” sono stati alcuni amici di classe, con un biglietto ferroviario “InterRail”. Viaggiarono per tutto luglio 1991 dall’Italia all’Austria, alla Germania, alla Francia, arrivarono in Spagna e tornarono indietro.

Uscire dai confini nazionali significava già respirare un’aria diversa, più da adulti, in una parola cosmopolita.

 

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Il viaggio Interrail nell’area europea

 

Il sogno europeo

Allo stadio, nel fine settimana, i tifosi urlavano alla squadra di casa di portarli in Europa, a giocare le partite che contano davvero. Una trasferta all’estero non è mica come quelle fatte a trenta chilometri da casa. Il sogno europeo dei tifosi svaniva a giugno, in trasferta all’estero sarebbero andati altri. Gli stessi ragazzoni delusi allo stadio provavano a consolarsi sulla Riviera Romagnola, avvicinando le avvenenti ragazze tedesche e austriache. Non parlavano tedesco ovviamente, ma nemmeno un inglese accettabile, tuttavia facevano finta di essere cittadini del mondo davanti a quelle ragazze biondissime.

 

Il viaggio cosmopolita

In autunno, partiva l’imperdibile viaggio a Monaco di Baviera, ormai meta fissa per i presunti amanti dell’Europa cosmopolita. Ogni anno, in quel periodo, la grande comunità italiana in Germania si allarga, fa festa, poi ripiomba nelle solite difficoltà quotidiane: chi rimane emigrato a lavorare per i cosiddetti “Crucchi”, chi torna indietro a fare il precario al proprio paese. Non importa, per qualche giorno, ci siamo sentiti tutti cittadini dello stesso vecchio mondo.

 

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Oktoberfest, Monaco di Baviera, settembre 2005

 

Il soggiorno europeo

Grazie alla lungimiranza dei nostri genitori, ci siamo recati in Europa per dei soggiorni studio, chi per tre settimane, alcuni amici per qualche mese, altri più tenaci per un anno e oltre.

Fare gli studenti all’estero non è come fare la vita dell’emigrante per lavoro, ci sono delle grosse differenze. Sono sicuramente diverse le prospettive, le speranze, lo studio all’estero apre grandi panorami di riflessione.

Abbiamo conosciuto dei ragazzi italiani, figli di emigrati di lungo corso, che non erano proprio felici di stare lontano dalla loro città di origine, dai nonni e dagli altri parenti. Quando qualcuno dei colleghi di studio li chiamava cosmopoliti, loro cambiavano espressione e anche discorso. Altro che cittadini del mondo, spiegò un ragazzo di nome Ettore, “noi qui siamo ospiti finché abbiamo un motivo serio per restare.. quando va meglio, giochiamo a pallone contro i ragazzi del posto”.

Era il luglio 1990, eravamo a Bayreuth, in Germania. E’ stato un viaggio importante, possiamo dire indispensabile. Abbiamo visitato Monaco di Baviera, Norimberga, Bamberg e qualche città che prima era nella Repubblica Democratica Tedesca. Nelle stazioni ferroviarie o degli autobus, si notavano facilmente numerosi personaggi in giacca e cravatta, con borsa ventiquattrore, i quali cercavano di passare inosservati in mezzo agli studenti e ai turisti.

 

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Bayreuth, Marktplatz, luglio 1990

 

 

I veri cosmopoliti europei

Era già chiaro allora, che i veri cosmopoliti in giro per l’Europa fossero i viaggiatori facoltosi e i professionisti d’alto rango (dirigenti, imprenditori, finanzieri, professori universitari). Tutti gli altri, me compreso assieme ai miei compagni di viaggio, studenti e ragazzi alla pari, erano ed eravamo temporaneamente cittadini del mondo, in particolare dell’Europa. Forse sarebbe meglio dire che ci illudevamo di essere cosmopoliti.

Si tratta dello stesso inquadramento che riguarda gli studenti universitari, che si definiscono intellettuali fintanto che non si laureano, poi tornano ad essere non più intellettuali, oggigiorno sono disoccupati di lusso.

 

Vienna

Marzo 1991, gita di classe a Vienna, la bellissima e romantica capitale austriaca. In hotel erano alloggiati personaggi di varie estrazioni, dagli studenti impenitenti ai rappresentanti di commercio. Durante la notte emergeva un caos inenarrabile, si formavano gruppi misti di studenti con le origini più lontane, ma con gli stessi desideri disordinati.

Durante il giorno, grazie al caffè, girovagavamo per le strade di Vienna, per i vicoli, da un museo all’altro. Edifici imperiali, musei e simili erano sicuramente interessanti, ma non potevo immaginare di rimanere così impressionato dal mercatino delle pulci, proprio nel centro di Vienna. Era il ritrovo di personalità molteplici, di storie personali affascinanti. La caduta del muro di Berlino era avvenuta solo un anno e mezzo prima, tuttavia era ancora palpabile quell’emozione nei volti della gente in piazza. I tedeschi provenienti da oltre la Cortina di Ferro si riconoscevano dai vestiti, dalle auto parcheggiate a bordo marciapiede, dagli oggetti che provavano a vendere al pubblico. Vicino alle loro bancarelle, si stringevano altri venditori giunti però dalla Jugoslavia, si distinguevano perché parlavano un tedesco imperfetto, con un forte accento orientale non tedesco. Al mercatino delle pulci di Vienna non c’erano membri di nessuna élite cosmopolita europea, c’erano le persone normali che viaggiavano nella “Mittel Europa” e che vivevano normalmente subendo gli eventi storici.

 

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Vienna, il mercatino delle pulci, marzo 1991

 

 

Gran Canaria

Di fianco all’album delle foto di Vienna, c’è quello di un viaggio aziendale alle isole Canarie dell’ottobre 1988.

Quando l’aereo atterrò a Gran Canaria, dopo un paio di scali, era affollato di turisti italiani, tedeschi, francesi e ovviamente spagnoli. Una signora italiana, rivolta al gruppo, disse ad alta voce “siamo proprio un bel gruppo di cittadini del mondo!”. Non ci furono delle contestazioni alla signora, piuttosto indifferenza, mentre scendevamo dalla scaletta dell’aereo.

Il grande hotel che ci ospitava proponeva servizi di prestigio, la clientela era variegata, con provenienze da tutta Europa e dagli Stati Uniti. Il personale in servizio parlava almeno quattro lingue, si dimostrava sempre attento e professionale. Si trattava, è vero, di un ambiente effettivamente internazionale. Alcuni ospiti si sentivano fieramente cosmopoliti, altri non sapevano cosa si intendesse con quella parola, che talvolta emergeva nei discorsi.

Una paio di serate a tema mi fecero pensare di essere finito sul set di un vecchio film su Cuba degli anni ’50, oppure in Colombia. Il contesto era squisitamente e finemente internazionale, abbiamo pensato che lo fossero molto meno le persone. Mancava una consapevolezza condivisa, un’unanime consenso sull’essere cittadini mondiali, perché alla fine di ogni discorso che si ascolta c’era il “tornare a casa”. Eravamo “solo” turisti.

 

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Gran Canaria, ottobre 1988

 

Isola di Santorini

Agosto 1998, tre ragazzi del quartiere decisero di andare in vacanza in un luogo esotico. Non avendo il denaro sufficiente per recarsi in Thailandia, scelsero una meta più vicina, tra Ibiza e l’Isola di Santorini in Grecia. In quegli anni, entrambe erano destinazioni molto promettenti, non fu comunque facile scegliere. Alla fine andarono a Santorini.

I racconti dei compaesani di ritorno fornivano idee precise sulle aspettative da farsi, poi si infiocchettava il tutto con parole quali “contesto internazionale”, “mare europeo da sogno”, “luogo dal respiro cosmopolita”.

A venticinque anni è normale provare a nascondere le reali intenzioni di una vacanza al sole greco, poi però le cosiddette voci di corridoio al campo di calcetto raccontavano di bellissime ragazze nordeuropee dai facili costumi, rendendo ridicoli i tentativi di dare un senso filosofico a una vacanza che era tutt’altro.

“Allora, questa vacanza a Santorini? Chi avete incontrato, Spinoza o Marcuse?”

“Non fare lo scemo, ci siamo rilassati, il mare è stupendo”

“Si certo, il mare, per il resto?”

“Beh, per il resto, si.. abbiamo fatto delle conoscenze..”

“Ah bene, e come si chiamano queste conoscenze?”

“Dunque…”

“Non fare il difficile, vogliamo i nomi!”

“D’accordo, la mia si chiama Inga..”

“Che bel nome, una donna matura immagino”

“Beh no, insomma..”

“Allora?”

“Ha quasi diciotto anni”

“Quasi?”

“Uff… va bene, ne ha sedici”

Facce stupite e alcune indignate, in particolare quelle femminili.

“Alla faccia del contesto internazionale di respiro cosmopolita!”

 

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Turisti sull’isola di Santorini

 

Londra

Facciamo un nuovo salto temporale, questa volta a luglio 2008, gita a Londra. Siamo partiti con un gruppo parrocchiale di paese, cogliendo la possibilità offerta dalla fiorente globalizzazione dei trasporti, chiamata “voli low cost”.

Su Internet abbiamo trovato dei biglietti aerei Ryan Air a un prezzo basso, ricordo inferiore a quello di un biglietto ferroviario da Bologna a Milano. Siamo partiti in gran numero, si sono aggregati ragazzi molto giovani, anche solo dieci anni prima io non avrei potuto farlo.

Si è scoperto in seguito, con un certo stupore, che quasi tutti i conoscenti hanno visitato Londra, per cui risultò difficile raccontare qualcosa di originale. La capitale britannica è piena di italiani, brulica di persone provenienti da ogni parte del mondo, compreso quello islamico. Un connazionale, fuori dal famoso Pizza Hut di Piccadilly Circus, ci ha suggerito di stare attenti a chi gira sul marciapiede, perché qualche giorno prima lui aveva incrociato Jimmy Page dei Led Zeppelin.

Come in ogni grande capitale europea, anche a Londra non passano inosservati gli uomini d’affari, i professori universitari ed altri elitari, che si distinguono da tutto il resto, vale a dire turisti, studenti, giovani lavoratori, musicisti squattrinati, artisti di strada. Quelle differenze diventano notevoli attraversando i quartieri dentro e fuori la “City”, sede della finanza. Là dentro c’è la sostanza, fuori ci sono le persone con i loro progetti di vita e grandi aspettative, compresa la finzione di essere cittadini del mondo.

 

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Londra, agosto 2008

 

Parigi

Agosto 2018, un’amica si reca in vacanza a Parigi, per la seconda volta nell’arco di qualche anno.

“Com’è Parigi?”.

“E’ molto diversa anche solo da dieci anni fa”.

“Cosa è cambiato secondo te?”.

“L’atmosfera, la gente, nonostante gli edifici e i negozi storici siano ancora al loro posto”.

“Mi piacerebbe andare a vederla”.

“E’ sicuramente molto bella, ma non è più libera come un tempo”.

“Cosa significa?”

“Che ci sono poliziotti e militari ovunque, le piazze sono presidiate, anche la torre Eiffel è controllata ventiquattrore su ventiquattro. Non è più la città spensierata che conoscevo”.

“Ci sono problemi con le persone?”

“E’ quella l’impressione, sembra sempre che stia per accadere qualcosa, non so..”

Sicuramente, i numerosi attentati terroristici hanno reso tesa l’atmosfera di una città davvero unica nel Mondo. Un luogo come Parigi, dove si sono sempre riunite comunità da tutto il Globo, è stata resa diversa dal suo stesso progressivo carattere cosmopolita.

 

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Parigi, Torre Eiffel, 2018

 

 

Globalizzazione, cosmopolitismo, complessità

L’Europa cosmopolita è un panorama variegato, cui molti sguardi si rivolgono per trovare l’ispirazione e la possibile soddisfazione dei propri desideri (professionali). L’idea di fondo è la partenza, per un viaggio, per studio, per lavoro, per tornare a casa.

La complessità sociale ha creato dei mutamenti radicali nell’arco di venti o trent’anni, di cui il cosmopolitismo e la globalizzazione sono due agenti di primo piano.

Se fino agli anni ’90 quell’idea era nell’identità del viaggiatore, magari del pensatore, iniziava a dissolversi il terreno su cui Kant fece le sue riflessioni per creare l’idea dell’Europa cosmopolita.

Dagli anni 2000 in poi, si è affacciata l’idea semplice che tutta l’Europa cosmopolita fosse solo un contesto di scambio di lavoratori, che nel nostro caso dall’Italia si recano all’estero perché non trovano nulla che soddisfi le loro aspettative, le loro necessità.

La globalizzazione dei trasporti e delle idee sollecita ad andare. Le difficoltà che si riscontrano lavorando da Amazon, da McDonald o in qualsiasi altra multinazionale, sono le stesse in Italia, in Gran Bretagna e in Germania.

Siamo tutti connessi ad Internet, questo idealmente fa di noi un popolo di cittadini dell’Europa e del Mondo. La globalizzazione governa la sostanza del Cosmopolitismo, ci ha dato l’illusione che la cittadinanza del Mondo sia il possesso di un allacciamento alla rete, utile per visitare e-commerce e social networks. Non dimentichiamo che la cittadinanza del Mondo passa anche per un facile “volo low cost”.

Rimangono le divergenze tra le élite dei piani alti e la maggioranza rimasta parecchi gradini più in basso.

 

 

 

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Pubblicato da Il Sociale Pensa

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