Introduzione al Cosmopolitismo

Pensiero, auspici e contraddizioni del Cosmopolitismo

 

 

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La moda del Cosmopolitismo

Prima di addentrarci nel bosco del pensiero cosmopolita, pensiamo sia utile e interessante, portare l’attenzione di chi legge davanti alla evidente positiva immagine che l’Opinione Pubblica ha assegnato al Cosmopolitismo. Si attribuisce l’aggettivo cosmopolita a chi si definisce internazionale, a chi vive o ha vissuto in molte parti del Mondo, a chi sa come va il Mondo; cosmopoliti sono i luoghi frequentati da stranieri di varie provenienze, le località “di atmosfera mondiale”.

Leggere di una città in cui “si respira un’aria cosmopolita” equivale a valutarla in modo assai positivo. L’incontro di culture diverse, lo scambio tra di esse, i viaggiatori con le loro storie personali e di gruppo, le esperienze umane al loro livello più alto e nobile.

Parlare di Cosmopolitismo, attualmente, è diventato una moda, le persone pensano di introdurre grandi discorsi quando citano quella parola. E’ oggettivamente frequente osservare la gente che si definisce cosmopolita perché ha fatto un viaggio in India, o in Benin, oppure in Cina.

Non solo, infatti “si potrebbe dire che chiunque abbia accesso a internet è automaticamente trasformato in un cittadino del mondo” (U. Beck, “La società cosmopolita”, Il Mulino, Bologna, 2003, pag. 223).

Accostandosi all’evocazione positiva che suscita il sostantivo o l’aggettivo cosmopolita, sempre più persone lo utilizzano per ottenere approvazione, consenso, “mi piace”.

 

Comunicazione e Cosmopolitismo

I Media di comunicazione di massa usano volentieri i richiami al Cosmopolitismo e ai suoi sinonimi. Gli studi delle Scienze Sociali hanno dimostrato come e quanto i Media influenzino l’Opinione Pubblica, dettando stili di pensiero e mode sociali.

Il Cosmopolitismo e le sue declinazioni (Mondialismo, Globalismo, Terzomondismo, altruismo, umanitarismo, filantropismo, eccetera) sono diventati di moda, è possibile notarne spesso la presenza nella grande comunicazione.

 

 

Definizione di base

Cosmopolitismo, dottrina che considera tutti gli uomini cittadini di un’unica patria universale” (Dizionario essenziale di Storia Sociale, DeAgostini, Novara, 2003, pag. 72).

Il Cosmopolitismo si oppone alle correnti di pensiero che sostengono le differenze esistenti tra gli uomini. Tali differenze sono dettate principalmente dalla cultura di appartenenza.

 

Il dibattito sulla diversità

Ogni differenza, ogni divisione, ogni diversità ma anche ogni appartenenza sono i destinatari dell’attenzione del Cosmopolitismo (L. Tundo Ferente, a cura di, “Cosmopolitismo contemporaneo”, Morlacchi, Perugia, 2009, pag. 7).

L’argomento fondamentale, a vantaggio dei simpatizzanti cosmopoliti, rimane la diversità dettata dal colore della pelle per la quale si parla direttamente di atto razzista.

Il Cosmopolitismo non considera, spesso esclude, che la diversità culturale sia un elemento di fondo per il dibattito sociale e antropologico. Nonostante ciò, le Scienze Sociali riconoscono la diversità culturale come un approccio di studio qualificante nell’intero panorama accademico (A. Giddens, “Sociologia”, Il Mulino, Bologna, 1994, pag. 36-38; H. Reimann, a cura di, “Introduzione alla sociologia”, Il Mulino, Bologna, 1996, pag. 33-36; L. Gallino, “Dizionario di Sociologia”, TEA UTET, Torino, 1993, pag. 186-187; P. Rossi, a cura di, “Il concetto di cultura”, Einaudi, Torino, 1970).

Il Cosmopolitismo sorvola sulle differenza culturali tra i vari gruppi etnici e sociali del Mondo, per focalizzarsi sulla questione del colore della pelle, che prende come spunto per le proprie battaglie di sensibilizzazione a favore della cittadinanza globale.

 

Gli obiettivi del Cosmopolitismo

Eliminare la distinzione tra nativi e non nativi è l’obiettivo del cosmopolitismo. “Il Cosmopolitismo è una forma di solidarietà radicale, poiché basata sull’eliminazione del valore” (C. Baraldi, “Il concetto di gruppo sociale”, in C. Baraldi e G. Piazzi, “Costruzioni sociali del gruppo”, Quattroventi, Urbino, 1996, pag. 28).

Si nota un problema comunicativo e quindi sociale, in quanto l’unica solidarietà radicale tollerata dalle persone è all’interno di piccoli gruppi e non a livello globale, si tratta della comunicazione interpersonale intima (Ibidem, pag. 29). Poiché tale tipo di comunicazione non è estendibile ai grandi gruppi, riteniamo di poter affermare che il Cosmopolitismo abbia un importante problema non risolto.

 

 

Un pensiero disordinato

Il pensiero cosmopolita è stato arricchito di grandi sfaccettature, talmente tante che la prima impressione è che i filosofi e i teorici ad esso allineati si siano divertiti a rendere più complesso il loro ragionamento. Potremmo dire che i pensatori cosmopoliti abbiano intricato scompigliato disordinato le carte del loro gioco (Cfr. A. Taraborrelli, “Il cosmopolitismo contemporaneo”, Laterza, Roma-Bari, 2011, pag. XIII).

Se l’abbiano fatto per dare una certa importanza al tutto, oppure per renderlo meno accessibile, non ci è dato sapere. Tuttavia, siamo coscienti del fatto che i principi di base siano molto chiari a tutti i “cittadini del mondo”.

 

Un esercizio di stile?

Alla raccolta dei pensieri cosmopoliti, hanno contribuito numerosi esperti, alcuni dei quali con nomi altisonanti: Immanuel Kant è sicuramente il primo e più illustre filosofo che ha elaborato un pensiero cosmopolita. Karl. R. Popper è il secondo per importanza, che poi vieni ripreso e citato da Ulrich Beck, il quale cita a sua volta di nuovo Kant e Nietzsche. Ricordiamo Hannah Arendt, Martha Nussbaum, Seyla Benhabib.

I grandi nomi sono solo la punta dell’iceberg filosofico cosmopolitico, in quanto molti altri pensatori e scienziati della politica si sono cimentati con grande impegno, per dare il loro valente contributo.

 

La nascita del Cosmopolitismo

Il cosmopolitismo è un ideale carico di storia che nasce in età classica, dove trova la sua prima articolazione terminologica e concettuale (…) La tradizione riferisce che sia stato Diogene di Sinope il primo a definirsi ‘cittadino del mondo’ (kosmopolites)” (A. Taraborrelli, “Il cosmopolitismo contemporaneo”, Laterza, Roma-Bari, 2011, pag. V).

Affermare di essere cittadino del mondo indica la convinzione di rifiutare ogni legame sociale, dalla famiglia alla proprietà, fino alla cittadinanza. Si tratta della critica fondamentale alla specifica comunità di appartenenza, unito al suo categorico rifiuto. In seguito, gli storici e i filosofi hanno notato un ulteriore passaggio alla necessaria considerazione di tutti gli uomini del mondo come concittadini, in virtù della padronanza comune del logos universale (Ibidem, pag. VI).

Pertanto, si nota una palese opposizione ai legami comunitari, che sono alla base della convivenza civile e sociale, dagli albori della società.

Nonostante il rifiuto della propria comunità di origine, i teorici classici del Cosmopolitismo insistono nel sottolineare l’importanza della prospettiva universalistica, facendo della solidarietà un obbligo morale. Solidarietà per tutti, senza legami con le proprie origini.

Rimane il problema del logos, il linguaggio che secondo i padri classici cosmopoliti dovrebbe essere posseduto da tutti indistintamente. Non è chiaro se quei pensatori abbiano volutamente tralasciato l’enorme numero di lingue parlate fin dall’antichità nel mondo classico (la Babele).

I cosmopoliti greci imprimevano nella storia il loro auspicio di appartenenza a una comunità umana universale, che fosse caratterizzata da giustizia e benessere per ogni essere umano. Certamente un auspicio degno di grande nobiltà e rispetto, ma privo di norme giuridiche, fintanto che Cicerone non ne ponesse di robuste, con buona pace (e irritazione) dei suoi predecessori.

 

Il salto successivo

Il fondamento normativo, che regolasse diritti ma soprattutto doveri delle persone all’interno dell’impianto cosmopolitico, è stato sviluppato da Immanuel Kant nel Settecento (Ibidem, pag. VII). L’emerito filosofo tedesco è stato preso come fonte principale per gran parte del pensiero cosmopolitico contemporaneo. Numerosi sono i pensatori del Novecento che hanno innalzato Kant a guida della loro produzione filosofica e politica.

Il cosmopolitismo è stato declinato in varie forme: etico, giuridico, politico e ideologico, morale (e moralista), democratico, comunitario, di giustizia sociale, anti totalitario, umanitario.

 

Evoluzione del pensiero cosmopolita

Dopo Kant, è Hannah Arendt a fare evolvere il cosmopolitismo in periodo post bellico, sulle basi del dialogo e della comune appartenenza al genere umano. Dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, con i suoi totalitarismi, il Cosmopolitismo si fa portatore delle istanze per i diritti umani e della comune appartenenza all’intera umanità, affrancandosi quindi dal possesso del logos unico, non attualizzabile (Ibidem, pag. VIII).

La solidarietà deve essere estesa, ovviamente, ad ogni straniero che si presenti, in quanto parte integrante dell’intera “comunità umana”. La società deve essere aperta, universale, globale.

 

Elogio della società aperta

Karl Raimund Popper nel 1945 ha auspicato il passaggio, purtroppo traumatico, dalla società tribale o “chiusa” alla società aperta “che libera le capacità critiche dell’uomo” (K. R. Popper, “La società aperta e i suoi nemici – Vol. 1”, Armando editore, Roma, 1996. Pag. 19).

Quel passaggio è per Popper fondamentale, poiché grazie ad esso si può comprendere il totalitarismo e l’importanza di lottare contro di esso. Per Popper il totalitarismo non è inevitabile, come alcuni sostengono, bensì la sua affermazione dipende dalle persone (Ibidem, pag. 21).

Popper chiama aperta la società nella quale i singoli sono chiamati a prendere decisioni personali. “In una società aperta, molti membri si sforzano di elevarsi socialmente e di prendere il posto di altri membri. Ciò può condurre, per esempio, a un fenomeno sociale importante come la lotta di classe” (Ibidem, pag. 216).

La riflessione sulla società aperta è chiaramente politica e ideologica. La società chiusa è per Popper autoritaria, mentre la società aperta è cosmopolita affrancata dal tribalismo, composta da uomini sostenuti dalla ragione.

 

Il manifesto ideologico

Il sociologo tedesco Ulrich Beck spiega lucidamente perché il Cosmopolitismo ha caratteri ideologici.

Il Manifesto comunista fu pubblicato 150 anni fa. Come ho già detto più volte in queste pagine, oggi è tempo di un Manifesto cosmopolita. L’idea centrale di un Manifesto cosmopolita è che viviamo in un’epoca che è nello stesso tempo globale, individualistica e più morale di quello che crediamo. Ora dobbiamo unirci nel creare un’effettiva politica mondiale cosmopolitica.

C’è una nuova dialettica di questioni globali e locali, che non si adatta alla politica nazionale. Ma solo in un quadro transnazionale possono essere adeguatamente formulate, discusse e risolte. Per questo ho sostenuto che deve avvenire una reinvenzione della politica, che fondi un nuovo soggetto politico: i partiti cosmopolitici. Essi rappresentano gli interessi transnazionali in una dimensione transnazionale, ma lavorano anche nelle arene della politica nazionale” (U. Beck, “La società cosmopolita”, Il Mulino, Bologna, 2003, pag. 226; U. Beck, “Il Manifesto cosmopolitico”, Asterios, Trieste, 2000, pag. 20).

 

 

Contro la comunità locale

Tendere verso la cittadinanza mondiale, universale/globale, significa abbandonare l’attaccamento alla propria comunità (locale) di appartenenza. Dichiararsi cittadino del mondo, nonché spingere altre persone a fare altrettanto, avvalora l’urgenza di rifiutare la cittadinanza tradizionale, negare la parola nazionalità e il suo significato.

Tutti i cosmopoliti desiderano che sia riconosciuta l’appartenenza all’ampia e universale comunità globale, senza curarsi di creare una contraddizione in termini: la comunità è un agglomerato umano di piccole dimensioni con caratteristiche di strette relazioni, che per questi motivi la rendono un’esperienza sociale forte (L. Gallino, “Dizionario di sociologia”, TEA UTET, Torino, 1993, pag. 148).

La comunità globale/mondiale non potrà mostrare le caratteristiche proprie di una vera comunità, perché al suo interno non si possono creare dei legami forti così estesi.

Affermiamo che la vera comunità sia solamente quella locale (si veda pertanto F. Toennies, “Comunità e società”, Laterza, Roma-Bari, 2011, pag. 39-40), sapendo con ciò di sottoporre tale affermazione a critiche, che potrebbero essere feroci.

Il valore della comunità è situato nei legami relazionali che i suoi membri instaurano reciprocamente, che a loro volta si rafforzano per mezzo della vicinanza, dell’interazione continua, degli interessi comuni (M. Castrignano, “Comunità, capitale sociale, quartiere”, Angeli, Milano, 2012).

 

Contro l’identità collettiva

La leva usata dal Cosmopolitismo per incrinare le fondamenta dei confini (nazionali) si chiama identità (collettiva, nazionale). Il Cosmopolitismo insinua il dubbio della legittimità della Sovranità Nazionale, della cittadinanza, della identità, dei confini nazionali.

Il Cosmopolitismo agisce contro l’identità collettiva, e nazionale in particolare, auspicando un sistema di diritto pubblico internazionale “che vincola e sottomette il volere degli Stati sovrani” (S. Benhabib, “Cittadini globali”, Il Mulino, Bologna, 2006, pag. 15).

In realtà, lo stesso dualismo tra membri della nazione e stranieri, o cittadini e migranti, dal punto di vista sociologico si dimostra inadeguato, e la realtà è molto più fluida, visto che parecchi cittadini sono di origine immigrata, e molti appartenenti alla nazione sono nati all’estero. (…) Gli stranieri possono diventare residenti, e i residenti possono diventare cittadini. Le democrazie hanno bisogno di confini porosi” (Ibidem, pag. 104-105).

L’immigrazione fornisce le giustificazioni sociali al Cosmopolitismo per mettere in discussione l’intero sistema filosofico alla base dello Stato, della Nazione e della Sovranità Popolare (si veda in proposito il breve articolo del sociologo Ulrich Beck).

 

 

La contraddizione cosmopolita

La tensione cosmopolita verso l’intera “comunità umana” non solo risulta una contraddizione, ma si rivela un’utopia sociale: data la complessità delle relazioni (sociali) instaurate a mezzo della comunicazione, non è possibile creare un’appartenenza globale senza conflitti, senza recriminazioni, senza incomprensioni, senza problemi.

Si sgretolano i legami all’interno della comunità locale tradizionale (vicinato, quartiere, parrocchia), come è possibile creare legami stretti con tutti gli esseri umani?

Cosa potremmo dire, poi, della volontà decisa a dissolvere l’identità nazionale a favore di una identità globale normata da un diritto internazionale globale?

E’ semplice porre domande, molto meno trovare risposte convincenti.

 

 

 

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