Pensare l’Islam

Riflessioni sul saggio del filosofo francese Michel Onfray

 

Pensare l'Islam
Pensare l’Islam

 

 

Il libro di un filosofo per cui l’Islam rappresenta una questione civile

(M. Onfray, “Pensare l’Islam”, Ponte alle Grazie, Milano, 2016, pag. 40).

 

Pensare l'Islam
Michel Onfray – Pensare l’Islam

 

 

Introduzione

Abbiamo letto con molta attenzione il saggio di M. Onfray, in cui abbiamo trovato numerosi spunti di riflessione per comprendere i fatti sociali dei nostri giorni, sotto una luce diversa dal solito conformismo.

Invitiamo i lettori a procurarsi il testo di Onfray e a leggerlo con altrettanta attenzione.

Onfray cita altri intellettuali francesi, che hanno pubblicato opere importanti ma insultate dalla stampa conformista francese. Già nei primi passi del suo saggio “Pensare l’Islam”, risulta chiaro che il grande pubblico sia insensibile ai moniti creati dagli intellettuali non schierati con la parte politicamente corretta del Paese.

Nonostante la Francia sia una grande nazione, in cui la cultura è parte integrante del tessuto sociale ed educativo, il conformismo politicamente corretto ne condiziona in modo profondo il dibattito intellettuale.

 

Tensioni intellettuali in Francia

La Francia attraversa un periodo di grandi contraddizioni dentro la sfera culturale, vede contrapposti da un lato una parte di intellettuali non conformisti, dall’altro numerosi intellettuali schierati su posizioni perbeniste e politicamente corrette.

I motivi della contesa sono fondamentalmente sociali e politici, sebbene il cuore della questione sia per l’appunto il mutamento sociale in atto.

Il filosofo Michel Onfray è uno degli intellettuali più in vista, occupa una posizione non conformista, si posiziona ideologicamente a sinistra, tuttavia si dichiara fortemente critico verso l’operato della politica, sia per gli atti interni che per gli atti di politica estera.

 

Pensare l’Islam

Il saggio “Pensare l’Islam” riguarda lo stato delle cose in Francia. Non è stato pubblicato in Patria poiché “in Francia, non è più permesso pensare” (pag. 149). Onfray denuncia lo strapotere dei media asserviti alla politica conformista, che tutto controllano per nome e per conto del mercato (pag. 151).

Secondo Onfray, la Francia è ostaggio di un oligarchia prepotente che manipola il messaggio veicolato dai media di massa, allo scopo di cancellare il reale e di sostituirlo con una favola (pag. 151).

Qualunque intellettuale si schieri apertamente contro le politiche governative diventa un insidioso dissidente, passibile di ogni tipo di insulto e allontanamento.

La Francia è in guerra e la prima vittima è l’intelligenza. Ormai, in Francia, è impossibile praticare l’esercizio della ragione senza dover assistere ai diluvi di insulti che accolgono chi vi si cimenta” (pag. 155).

 

Il mutamento sociale francese

I ripetuti attacchi terroristici in Francia hanno aperto una nuova e pericolosa deriva sociale. Hanno, inoltre, illuminato ciò che prima era ben nascosto sotto al tappeto del politicamente corretto: la presenza islamica.

La contesa sociale in Francia è esattamente l’Islam, emergente in senso demografico e quindi anche in senso politico. Per Onfray l’Islam è una questione civile, non rinviabile (pag. 40).

E’ importante, sostiene Onfray, verificare se l’Islam immigrato possa essere democratico, se effettivamente possa diventare “repubblicano” e quindi fedele alla Repubblica (pag. 54, 59)

 

L’Islam può essere democratico?

Contemporaneamente al suo essere una spiritualità intima e personale, una religione privata, l’Islam possiede anche un aspetto politico e, in quanto religione di Stato, è intrinsecamente teocratica. La democrazia non fa parte dell’ideale islamico” (pag. 57-58).

Non ci si può sbagliare se si fa riferimento a ciò che dice il Corano. E il Corano non separa mai l’Islam dalla politica, la religione dallo Stato. In ogni caso, secondo logica, la legge coranica che si impone quando si vuole vivere integralmente in base al Corano è la sharia. Un intellettuale che affermi tutto questo non fa altro che riferire ciò che si trova nei testi” (pag. 59).

Per ogni fedele musulmano, le sacre scritture contenute nel Corano sono inderogabili, imprescindibili, non negoziabili.

La questione della precedenza data alla umma, la comunità musulmana deterritorializzata, su ogni altra comunità è un aspetto che andrebbe esaminato: è possibile far parte della Repubblica quando si appartiene a un’altra comunità, spirituale e religiosa?” (pag. 59).

Non esiste l’aspetto laico nella gestione della società islamica (pag. 54, 56), pertanto anche in territorio occidentale, dove gli immigrati musulmani si sono stabiliti, possono valere gli stessi principi vigenti in patria.

Per un confronto puntuale, rimandiamo al testo di R. Guolo, “L’Islam è compatibile con la democrazia?” (Laterza, Roma Bari, 2007, pag. VII-VIII, 57-59).

 

L’Islam e la comunicazione politicamente corretta

L’Islam, come ogni supposta minoranza etnica e religiosa, si nutre e beneficia della comunicazione politicamente corretta. Ogni qualvolta succedono fatti di sangue, o comunque delittuosi, la politica e l’opinione pubblica si affrettano a scagionare l’Islam da ogni responsabilità.

Si tratta della retorica che costruisce la comunicazione politica.

Onfray porta esempi tratti dalla comunicazione che è seguita agli attentati del 7 gennaio 2015, quando un commando islamico ha decimato la redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo.

Anche se gridano ‘Allah Akbar’ prima di sgozzare un poliziotto, non hanno niente a che fare con l’Islam. Le famiglie degli assassini rincarano la dose ricordando la gentilezza dei loro figlioli criminali e le loro testimonianze vengono trasmesse in loop. Chi dice la verità?” (pag. 22).

A raccontarci che l’Islam non ha niente a che vedere con queste cose non è più il giornalista egiziano, ma tutti gli altri che si susseguono sullo schermo” (pag. 23).

Onfay cita l’imam della cittadina di Drancy, il quale sostiene a gran voce che sono i musulmani le prime vittime del terrorismo e che l’Islam non c’entra nulla con gli attentati.

Il terrorismo islamico, o meglio ‘islamista’ come definito dalla stampa, è più un fatto mediatico che di ordine sociale/penale, pertanto la politica lo tratta in modo comunicativo.

Una giornalista ci dice che Francois Hollande ha lasciato frettolosamente l’Eliseo e che è stato visto <<precipitarsi giù per le scale in compagnia del suo consulente per la comunicazione>>!” (pag. 23).

 

Retorica dei media di massa

Retorica politica, conformismo, politicamente corretto sono i principi cardine che sorreggono la gestione mediatica della tragedia. Quegli stessi principi sono alla base della relazione mediatica con le minoranze etniche.

I media dominanti, e assieme a loro la classe politica, ripetono in coro l’antifona di un Islam <<religione di pace, di tolleranza e di amore>>. Si deve proprio non aver mai letto il Corano, gli hadith del Profeta o la sua biografia per osare sostenere una cosa simile! Chiunque rimandi a questi testi, passa per un letteralista islamofobo” (pag. 37-38).

Dopo l’attentato del 13 novembre 2015 al Bataclan di Parigi, si è fatta insistente sui social media la riflessione sull’atto di guerra, ben oltre alla retorica che narrava il crimine di un gruppo di squilibrati.

La retorica politicamente corretta ha divulgato l’interpretazione più morbida possibile, evitava di dare la responsabilità all’Islam “tout court” e all’Isis in particolare.

Negando allo Stato Islamico (Isis / Daesh) la sua stessa definizione (difatti la stampa lo chiama “sedicente stato islamico”), si negava un’identità precisa dell’Islam politico, giungendo alla conseguente negazione della sua stessa attività (pag. 111, 121).

La presenza della Francia in Siria, secondo Onfray, spiega molto della natura dei fatti di sangue in territorio francese (pag. 108-111).

 

Causa ed effetto

La seconda riflessione importante, che Onfray propone, va diritta al nocciolo della questione: perché i terroristi islamici si accaniscono con la società francese?

Onfray si chiede perché mai il terrorismo islamico abbia preso di mira in particolare la Francia, oltre alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. Perché tanto astio verso la società francese?

Concisamente: a causa delle politiche neo colonialiste francesi in Medioriente e Africa musulmana (pag. 17, 29).

La politica francese si è letteralmente accodata alle missioni americane dei Bush, dopo l’11 settembre 2001. Ma era già un partner attivo degli Stati Uniti nella Guerra del Golfo (1990) (pag. 145).

Onfray sostiene che la Francia non avesse necessità di bombardare Iraq, Afghanistan, Libia, Mali e Daesh (Isis) perché al tempo non costituivano una minaccia diretta alla sicurezza francese. A seguito dei bombardamenti, sono iniziati gli attentati in territorio francese.

E’ per questo motivo che la politica e i media confondono la causa con l’effetto. Il fatto che la politica estera francese abbia attivato delle forti ingerenze nella sovranità degli stati islamici, ha creato una reazione musulmana (pag. 148-149).

Allo stesso modo, la presunta e unica ragione per cui i terroristi attaccherebbero i francesi sia il loro stile di vita non è soddisfacente. Il problema è ciò che fa la Francia in Medioriente e in Africa, non tanto ciò che è in casa propria (pag. 123-126).

La politica estera francese, tuttavia, non giustifica gli atti del terrorismo islamico verso civili inermi al Bataclan eccetera, ma fornisce un contributo alla sua comprensione.

La stessa tesi è condivisa e debitamente documentata da P. Barnard nel suo “Perché ci odiano” (BUR Rizzoli, Milano, 2006), in cui è riportata l’analisi delle origini del terrorismo islamico risalenti alle ingerenze occidentali nella sovranità nazionale mediorientale.

Anche nella riflessione di Onfray, la soluzione al terrorismo islamico sarebbe la cessazione di ogni intervento armato in Medioriente e il ripristino della sovranità popolare nei relativi Paesi islamici (pag. 115, 126, 130).

 

Colonizzazione islamica in Francia

L’Islam è una questione sociale in Francia, perché esso desidera giungere al potere politico e sociale. Onfray cita il testo di Houellebecq Sottomissione (pag. 19, 31, 138).

Onfray riporta (a pag. 74, 113, 147) anche il testo fondamentale di S. Huntington “Lo scontro delle civiltà”, che descrive la non compatibilità tra le culture giudaico-cristiana e islamica (Garzanti, Milano, 1997, pag. 306 e seguenti).

 

Pensare l’Islam: quello che non si può dire

Nella parte centrale del libro, Onfray riporta l’intervista rilasciata a una giornalista algerina. Lasciamo a ogni lettore la possibilità di farsi una personale opinione rispetto al tenore delle domande e alle risposte, secondo noi, molto ben argomentate da Onfray.

 

Pensare l’Islam: l’intervista e le risposte

Nell’intervista, si affrontano temi importanti come la laicità (pag. 44-45, 53), la democrazia (pag. 57-58), il rispetto della Repubblica e delle sue leggi (pag. 54), il rispetto della libertà religiosa.

Si parte immediatamente con una domanda ormai classica, che riprende la solita e abusata considerazione che hanno i fedeli musulmani degli occidentali: “Lei ha una conoscenza approfondita dell’Islam?” (pag. 43).

Nel Mondo occidentale sono numerosi gli studiosi che si sono dedicati con profitto allo studio della religione islamica, nonostante ciò i rappresentanti del Mondo musulmano non riconoscono quegli studiosi né i loro studi.

C’è anche da sottolineare che i cosiddetti infedeli (cioè tutti noi europei e gli americani) non potrebbero affrontare discorsi sull’Islam, né tanto meno citare il Sacro Profeta: le conseguenze potrebbero essere molto gravi. Per farsi un idea basta leggere del caso Salma Rushdie.

E’ stato sufficiente anche per noi constatare questa “usanza”, parlando con alcuni membri della locale comunità islamica, in occasione delle nostre indagini.

I fedeli musulmani sono molto suscettibili e permalosi, ma quel che è più importante sono vendicativi. Non ammettono alcuna osservazione, né tanto meno le critiche, che considerano come vere e proprie ingerenze nella loro vita di fede. Danno l’impressione che temano, sempre, di essere insultati e vilipesi (pag. 62-63), si sentono vittime. Per loro, sempre e comunque, gli occidentali infedeli non conoscono la religione islamica e sono semplicemente ignoranti “islamofobi” (pag. 46).

 

Islam e violenza

L’aspetto fondamentale e più mediatico riguarda il contenuto violento dell’Islam, spesso taciuto e sottovalutato dai media e dalla politica. Per una deferenza politicamente corretta, gli intellettuali conformisti si rivolgono alla religione musulmana descrivendola come la religione dei poveri, la religione della pace.

Nell’intervista, Onfray puntualizza che nel testo sacro islamico sono contenuti molti più richiami alla violenza di quelli che invitano alla pace (pag. 46, 51-52, 60). Nello specifico, Onfray parla di riferimenti storici chiari e non rigettati dai fedeli musulmani, che rimandano al Sacro Profeta come guerriero (pag. 60-61) (si vedano anche A. Bausani, “L’Islam”, Garzanti, Milano, 1995, pag. 144; A. M. Di Nola, “L’Islam”, Newton & Compton, Roma, 2004, pag. 36-39).

Guerra e politica sono sempre stati compresenti e intrecciati nel corso della storia umana, l’Islam non ne è esente: anch’esso possiede una sfera politica e una sfera militare. Per un fedele musulmano seguire il Corano significa non disattendere le indicazioni di conquista, di eliminazione degli infedeli, eccetera.

 

Discredito sul Profeta

Alle pagine 62-64, la giornalista algerina prova a lanciare una qualche provocazione a Onfray, relativamente alle considerazioni proposte sul Profeta quale uomo di guerra (pag. 60-62). La giornalista musulmana ripropone l’intramontabile accusa, in base alla quale, gli occidentali sarebbero ignoranti del Corano e getterebbero discredito sul Profeta.

Onfray ci pare indignato: “Non faccia insulto alla mia onestà pensando che io non abbia letto i testi che cito – al contrario di parecchia gente che non si è mai presa la briga di leggere il Corano e i testi che lei stessa riconosce come legittimi per quanto riguarda la biografia del Profeta”.

Siamo forse islamofobi quando citiamo il Corano senza commentarlo, oppure quando citiamo i fatti raccontati nella Sirah?

In quest’ordine d’idee, mi dispiace doverle dire che i musulmani che ricorrono alla violenza in nome dell’Islam, loro si, hanno letto i testi e li conoscono…” (pag. 62).

 

Pensare l’Islam e il razzismo

Nelle pagine seguenti, la giornalista insiste senza complimenti, insinuando che Onfray si sia arrischiato in giudizi eccessivi.

Onfay risponde: “Non mi offenda però, dando a intendere che io stia improvvisando sull’argomento senza aver studiato né i testi né i contesti” (pag. 64). La giornalista algerina svolge perfettamente la parte dello strenuo, ma inconcludente, difensore oltranzista.

Onfray dimostra, riferimenti bibliografici alla mano, l’esistenza di due parti del Corano in aperta contraddizione tra loro: una parte (minoritaria) che richiama alla pace, una parte (maggioritaria) che richiama alla guerra e al razzismo più sfrenato (pag. 46, 64, 65).

Ricordando alla solerte giornalista che sul Corano è scritto “Questo è il libro su cui non ci sono dubbi” (II, 2), Onfray riporta nel dettaglio i richiami contro i miscredenti (infedeli cristiani, ebrei, eccetera), a favore dell’antisemitismo, sulla giustificazione della gogna, sull’annegamento, sulla mutilazione, sullo sgozzamento, sulla crocifissione, sulla misoginia e la sottomissione completa delle donne (pag. 64, 65), sul ripudio, sulla poligamia, sui matrimoni combinati, infine sull’omofobia (pag. 66).

 

Sinistra e Islam

La giornalista algerina pone una domanda fondamentale: “Quali sono i rapporti della sinistra con l’Islam?” (pag. 76).

Pensare l’Islam, ma quale, chiede Onfray, l’Islam dei salafiti estremisti e guerrafondai oppure l’Islam dei sufi moderati?

Se l’Islam viene strumentalizzato dalle sue stesse correnti interne, cosa dire della sinistra francese che da sempre ne utilizza le diverse interpretazioni per raccogliere simpatizzanti? (pag. 76-77).

Ad ogni modo, “in nome del principio in base al quale i nemici dei miei nemici sono miei amici, l’Islam, lottando contro l’Occidente e i suoi valori capitalisti, diventa amico dei rivoluzionari marxisti, che confidano nella fine del capitalismo e nell’avvento della rivoluzione proletaria globalizzata!” (pag. 78).

 

Sinistra antisemita e filoislamica

L’Islam (immigrato in Europa e dominante in Medioriente) condivide i valori del marxismo rivoluzionario presenti in buona parte della sinistra francese. Ma quella sinistra francese ricambia le simpatie, condividendo con i pensatori musulmani oltre alla critica della borghesia occidentale, del consumismo, anche l’odio per il sionismo e per l’esistenza dello Stato d’Israele (pag. 79).

L’antisemitismo islamico è difeso e giustificato da una certa sinistra francese (e noi diremo anche italiana: ANPI, centri sociali e simili).

La questione dei rapporti tra sinistra e Islam si rivela quindi indissociabile dalla questione ebraica” (pag. 79), già K. Marx era antisemita come altri suoi colleghi pensatori (pag. 80).

Secondo Onfray, l’antisemitismo muta forma dopo Auschwitz e dopo la creazione dello Stato di Israele. Antisemitismo e antisionismo si sovrappongono, si amalgamano: gli ebrei cosmopoliti sono l’espressione del capitale globalizzato e dell’imperialismo statunitense.

L’imposizione al popolo palestinese dell’ingombrante dirimpettaio Israeliano ha creato un nuovo e sempre più grande attrito. Non si deve dimenticare la grave collaborazione con i nazisti dei palestinesi e degli arabi mediorientali, i quali hanno partecipato all’annientamento del popolo ebreo. Ex nazisti hanno collaborato con i nazionalisti arabi marxisti per la loro causa (pag. 80-81).

 

Decolonizzazione e nazionalismo arabo

Il popolo mediorientale scopre nell’appartenenza all’Islam un collante sociale e politico da usare contro gli oppressori stranieri (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti). Contro gli occidentali colonialisti nascono i nazionalismi arabi che, per l’appunto, si riconoscono nell’Islam originario e abbracciano l’ideologia marxista.

Alcuni pensatori di sinistra hanno sostenuto diverse lotte antisemite giustificandole con la difesa del popolo palestinese” (pag. 81-82).

Fanno parte del bagaglio ideologico, oltre all’antisemitismo, il negazionismo e l’antimperialismo.

Seppure le sacre scritture del Corano non siano esplicitamente di destra o di sinistra, in nome dell’odio verso gli ebrei e verso l’imperialismo occidentale, i musulmani mediorientali se ne sono serviti per giustificare le politiche antisemite e antioccidentali (per approfondire rimandiamo al testo di R. Guolo, “Il partito di Dio”, Guerini e Associati, Milano, 1994, pag. 17, 69-70, 89).

“(…) una certa sinistra, marxista, neo-marxista o post marxista, ha potuto sostenere l’Islam politico in nome di un antisionismo presentato come ideologia della lotta (rivoluzionaria) contro l’imperialismo americano (sionista)” (pag. 83).

 

La sinistra italiana e il Medioriente

La sinistra italiana non è rimasta certo a guardare, ha stretto rapporti significativi con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il suo leader Arafat (A. Rubbi, “Con Arafat in Palestina”, Editori Riuniti, Roma, 1996).

Si veda inoltre la storia del cosiddetto “Lodo Moro”.

Nel recente periodo, la sinistra militante italiana ha collaborato apertamente con le rappresentanze musulmane immigrate, tanto che alle manifestazioni dell’ANPI partecipano folti gruppi di costoro.

 

Misoginia, antifemminismo, omofobia

Onfray cita specifiche parti del Corano (le “sure”) “chiaramente misogine e fallocratiche”. “Una semplice scorsa del testo dovrebbe essere sufficiente a impedire che un o una femminista possa aderire all’Islam” (pag. 83).

Gli uomini sono superiori alle donne, il ripudio è facile da attuare, la nascita di una bambina è maledetta in famiglia, la poligamia è legittimata come i matrimoni combinati e come la violenza domestica.

Onfray domanda alle femministe francesi, e alla sinistra che le sostiene, come sia possibile dimenticare il disprezzo dimostrato dall’Islam per le donne. Onfray prosegue ricordando che il capitalismo e il consumismo hanno mercificato sessualmente la donna occidentale, mentre l’Islam assicurerebbe loro una ‘certa’ dignità.

Tuttavia quella linea di pensiero è manifestamente contraddittoria, poiché sostiene la fallocrazia islamica che femminista e democratica non è di certo (pag. 83-84).

In questo senso, la sinistra chiude gli occhi anche di fronte alla evidente discriminazione dell’Islam verso gli omosessuali (pag. 84).

 

Sinistra anticristiana e filoislamica

La laicità è una conquista rivendicata dalla sinistra occidentale contro il cristianesimo, nel corso dei secoli, in particolare dalla Rivoluzione Francese in poi. La sinistra francese (ma pure quella italiana) aggiunge all’essere anticristiana anche l’essere filoislamica, senza riconoscere, però, che l’Islam non è né laico né democratico e che desidera vanificare tutte le conquiste laiche in sede sociale, assumendo una caratteristica chiaramente liberticida (pag. 85-87).

Manifestarsi come forza politica e sociale liberticida significa, chiaramente, essere anti repubblicani e antidemocratici (pag. 97).

 

Francia “scristianizzata”

Il cristianesimo è stato, per secoli, il protagonista della vita religiosa in Francia e in Europa. Attualmente è diventato, o sta diventando, minoritario, “la Francia si è scristianizzata” (pag. 96).

La religione musulmana sta gradualmente prendendo terreno, sta assumendo il protagonismo nella vita religiosa nazionale francese. Aggiungiamo noi, anche nella vita religiosa italiana, tedesca, spagnola, svedese, olandese, eccetera.

C’è da chiedersi, in tutta onestà, dove porterà questa tendenza sempre più forte. Perché se l’Islam rimanesse esperienza spirituale personale, senza risvolti di tipo politico ed estremista, poche persone avrebbero da obiettare (pag. 103).

Ma la verità è che l’Islam non si ferma alla sfera individuale, esso è intrinsecamente sociale e politico, è collettivo, ha l’obiettivo di creare la Umma universale (la comunità mondiale dei fedeli) (A. Bausani, “L’Islam”, Garzanti, Milano, 1995, pag. 11, 143; R. Guolo, “L’Islam è compatibile con la democrazia?”, Laterza, Roma Bari, 2007, pag. 78-79).

Nel momento in cui l’Islam si fa politico, la catastrofe è assicurata. (…) smette di essere una questione tra sé e sé e diventa una questione tra sé e gli altri”. (pag. 103).

All’Islam politico consegue una questione sociale di carattere rilevante, fatta di precetti perentori e divieti non negoziabili, obblighi e costrizioni: sul cibo, sul bere, sul vestirsi, sul comportarsi, sui cinque pilastri (pag. 104).

 

Per riassumere

In Francia si assiste al cambiamento sociale più profondo e importante da molto tempo a questa parte. La retorica del politicamente corretto agisce a favore di quel cambiamento sociale, stendendole sopra il velo dell’eufemismo. La comunicazione dei mass media devia l’attenzione ad altro.

Onfray ha riflettuto sulle origini di quel mutamento, individuandolo nell’ascesa sociale e politica dell’Islam in Francia e in Europa.

Il cristianesimo perde terreno sociale e consenso in Francia, si sta ritirando nel privato, consegnando i Paesi occidentali all’Islam.

La politica di sinistra è il migliore alleato della graduale e inesorabile occupazione islamica, Onfray ne ha rivelato unità di pensiero e di intenti.

Non è difficile dimostrare le caratteristiche liberticide, antidemocratiche, antirepubblicane, anticristiane, antisemite e generalmente razziste dell’Islam. Ciò che risulta difficile è informarne il vasto pubblico.

Il conformismo e la comunicazione politicamente corretta lavorano a favore delle minoranze etniche, contro l’identità nazionale.

Essendo, per ora, una minoranza etnica e religiosa, l’Islam beneficia largamente di totale tolleranza, indulgenza e legittimazione.

 

Altri testi per continuare la lettura

Eric Zemmour, “Sii sottomesso”, Piemme, Milano, 2015

Eric Zemmour, “Il suicidio francese”, Enrico Damiani Editore, Salò (BS), 2016

Giulio Meotti, “Il suicidio della cultura occidentale”, Lindau, Torino, 2018

Giulio Meotti, “La fine dell’Europa”, Cantagalli, Siena, 2016

Andrea Chiti-Batelli, “La minaccia islamica all’Europa”, CEDAM, Padova, 2013

Oriana Fallaci, “Le radici dell’odio”, Rizzoli, Milano, 2015

 

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