Un brutto venerdì notte

La solitudine può fare molto male

venerdinotte
Venerdì notte

Il venerdì è sempre stato un bel giorno, prima del fine settimana. All’università erano previste poche ore di lezione, quindi si prevedeva un pomeriggio liscio come l’olio. Giulio sapeva, tuttavia, che gli amici se ne sarebbero tornati a casa, alla chetichella.

Lui sarebbe rimasto per studiare. Che grande parola, troppo grande per un intero fine settimana. Decise comunque di restare. Andò a salutarli in stazione, poi accompagnò Raimondo e Tommaso alla fermata delle corriere.

Tornò in appartamento per il pranzo, passando dal centro città. C’erano ancora degli irriducibili in piazza, l’aperitivo e i saluti. Tirò diritto. A casa accese la televisione, il telegiornale e molti pensieri per la testa. Molti spunti per i suoi studi, artificiosamente scansava alcuni pensieri poco belli. Il punto non era studiare, il punto non era il venerdì. Sapeva bene a cosa sarebbe andato incontro.

Mantenne la calma per tutto il giorno, fino a sera, quando decise di uscire. Il quartiere universitario era ben illuminato ma deserto. Qualche locale era aperto, accoglieva i pochi rimasti, ognuno senza validi motivi per tornare a casa. Non sentiva nessuna voglia di farsi portare via da una fiumana di alcol. In fin dei conti era pure astemio. Prese il vicolo di fianco alla birreria, allungò il passo fino al ponte, poi lungo le mura della città vecchia, arrivando così a casa. L’aria fresca l’aveva rinvigorito, si illuse di potercela fare.

Si tolse la giacca e andò alla scrivania. Iniziò a guardare la pila di libri alla sinistra, poi spostò lo sguardo alle cartelle sulla destra. Davanti a lui stava l’agenda, mentre le penne e le matite erano davanti alle cartelle. Usava una lampada da tavolo del nonno, vecchia di cinquant’anni ma perfettamente funzionante. La luce era bassa, intorno solo buio. E silenzio. Silenzio. Rimase in quella condizione per lunghi minuti, fissando la pila dei libri. Di quando in quando, sentiva piccoli rumori e scricchiolii improvvisi.

“Adesso arrivano i fantasmi” disse a voce alta.

“Ma quali fantasmi”, si corresse immediatamente.

Sentì bussare e sobbalzò in una frazione di secondo.

“Chi sarà mai..” pensò mentre a passi malfermi si avvicinò alla porta.

“Chi è?” chiese prima di aprire, cercando di contenere uno strano presentimento.

Da fuori sentì qualcuno che armeggiava con la maniglia.

“Insomma! Chi c’è?!”. Le sue pulsazioni cardiache stavano aumentando sensibilmente.

“Ops, scusa sono Elisa, del piano di sopra.. ehm.. temo di aver sbagliato chiave!”.

“Ma quale chiave? Questo non è il tuo appartamento”.

Ora il timore si era spostato in un altra parte della sua pancia, preso dalla curiosità aprì la porta, con impeto. Si trovò davanti Elisa, appunto, la ragazza con gli occhiali del piano di sopra.

“Sai, sono sicura che questo sia il mio appartamento..” rimase ferma sul posto, davanti alla soglia. Gli occhi cominciarono a roteare a fasi alterne, portò la mano sinistra dietro alla schiena.

“Ma cosa stai dicendo, questa è casa mia e dei miei amici!” rispose molto confuso.

Elisa si spostò di lato, ritrasse la mano sinistra da dietro la schiena, mostrando così un pesante coltello da caccia. Lo maneggiava con sicurezza, cambiò più volte la presa del manico.

“Sei sicuro di essere nella casa giusta?”

“Ci dev’essere un equivoco.. un errore..” era diventato d’un tratto balbuziente.

Elisa prese la rincorsa sferrando un fendente all’altezza del fegato.

“Sveglia! Sveglia!”

“Hei, che succede? Siamo tutti morti!?”

“Ma cosa dici, siamo tornati, è domenica pomeriggio”

“Non ci posso credere.. ho dormito quarantotto ore di fila..”

“Già”

“E’ tuo il coltello da caccia in cucina?”

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