Il ghetto urbano islamico: EUROISLAM

Occupazione e auto segregazione urbana: i componenti della comunità islamica “islamizzano” almeno uno dei quartieri urbani di molte città europee.

 

ghetto islamico
Il ghetto islamico di Milano

 

 

Si può dire che l’Islam sia stato, fino al suo brusco declino avvenuto a cavallo dei secoli XIX e XX, il principale nemico della civiltà europea.”

C. Caldwell, “L’ultima rivoluzione dell’Europa”, Garzanti, Milano, 2009, pag. 125

 

Il ghetto etnico e il corpo estraneo

Il ghetto è un’area urbana di solito delimitata dallo spazio di un quartiere, nel quale una parte dell’intera popolazione cittadina vi si insedia.

I tratti di quella popolazione, generalmente, risultano omogenei per cultura, etnia, religione, provenienza geografica, usi e costumi.

Il quartiere del ghetto può, inoltre, presentare caratteristiche urbanistiche degradate o solamente popolari.

Il suo principale fattore è l’idea di ostacolo rispetto al resto dei quartieri: ostacolo all’uscita dal ghetto per motivi etnici, religiosi o politici (L. Gallino, “Dizionario di sociologia”, TEA UTET, Torino, 1993, pag. 323-324).

Essendo il ghetto un’area separata (segregata) dal resto della città, la comunità che ci vive è considerata un corpo estraneo rispetto alla maggioranza della popolazione. E’ quanto gli studiosi hanno osservato rispetto al ghetto ebraico prima, rispetto al ghetto degli afroamericani poi (L. Wirth, “Il ghetto”, Res Gestae, Milano, 2014, pag. 11-12; K. B. Clark, “Il ghetto negro”, Einaudi, Torino, 1969, pag. 35-36).

 

Occupazione etnica del territorio urbano

Nel Paese che li accoglie, gli immigrati stranieri tendono a raggrupparsi e a concentrarsi in zone urbane specifiche.

(…) “Una volta arrivati in città, gli immigrati in genere si concentrano nelle aree abitate da gruppi simili per retroterra linguistico e culturale, creando delle nuove strutture sub-comunitarie” (A. Giddens, “Sociologia”, Il Mulino, Bologna, 1994, pag. 519).

Gradualmente ne prendono possesso in modo talmente massiccio e perentorio da non lasciare altra scelta ai vecchi residenti se non l’abbandono e il trasferimento altrove. I vecchi residenti, che non possono andarsene, non sempre sperimentano una convivenza pacifica.

Gli insediamenti iniziali sono di carattere abusivo, come le occupazioni di case popolari e lo sgombero di anziani e altre persone indigenti, che già vi abitavano regolarmente. Anche ricerche di accademici multiculturalisti ammettono l’esistenza di queste procedure (A. Caragiuli, “Islam metropolitano”, Edizioni EDUP, Roma, 2013, pag. 24, 27).

Si veda il nostro contributo dal titolo “Africanizzazione“.

 

 

Insediamenti islamici in Europa

Già dal 1946 circa, gli studiosi hanno rilevato, e osservato, i primi insediamenti urbani di immigrati di fede musulmana in Europa. Il loro arrivo era il risultato della pianificazione voluta dal sistema economico di concerto con le autorità governative, per sopperire alla mancanza di manodopera dequalificata in diversi settori produttivi.

I grandi paesi europei, Francia e Germania, stipularono accordi con Algeria, Marocco, Turchia e Tunisia (J. Cesari, “Musulmani in Occidente”, Vallecchi, Firenze, 2005, pag. 37).

Nonostante la crisi petrolifera degli anni ’70 del ‘900, la presenza islamica in Europa tende ad aumentare, in particolare con i ricongiungimenti famigliari di donne e bambini (Ibidem). Si allargano le famiglie musulmane, aumentano di numero, aumenta la presenza di un corpo sociale etnico con usi e costumi molto diversi da quelli della maggioranza europea.

Aumentano, altresì, le domande di servizi alla persona da parte degli immigrati musulmani, per scuole, servizi sociali, servizi medici e, naturalmente, vengono avanzate pressanti richieste di spazi pubblici da adibire al culto religioso (Ibidem, pag. 38).

 

Insediamenti urbani

I gruppi etnici islamici ripercorrono le stesse strade che hanno visto protagonisti altri gruppi prima di loro: tendono a raccogliersi in quartieri definiti, in zone urbane delimitate, vicino ad altre persone di origine simile e correligionari. Occupano quartieri lasciati liberi da altri gruppi etnici o sociali.

Studi specifici sono stati condotti in Inghilterra, dove gli studiosi hanno osservato assembramenti urbani etnici in quartieri ben delimitati (Ibidem, pag. 49).

Gli stessi studiosi britannici hanno definito quei quartieri “occupati” dalla “minoranza” islamica, quartieri urbani segregati dal punto di vista etnico e razziale.

Si sono formati veri e propri ghetti urbani etnici, nei quali la popolazione minoritaria si aggrega formando una comunità coesa sulla base della comune appartenenza all’Islam (Ibidem, pag. 50).

La separazione rispetto al resto della popolazione metropolitana è rivendicata in termini religiosi ed etnici da parte degli stessi musulmani, i quali se ne avvantaggiano per custodire i propri usi costumi e precetti. Siamo di fronte a una evidente auto segregazione su basi etnico religiose (Ibidem, pag. 51).

Vivere separati nel proprio quartiere significa avvalersi di una solidarietà etnica che si autoalimenta con la stessa separazione/segregazione (solidarietà autoreferenziale).

 

Segregazione imposta?

Sulla base di un’altra ricerca condotta sempre in Inghilterra, si spostava l’accento dalla segregazione alla riduzione del numero di ghetti e conseguentemente l’aumento di “quartieri misti” (C. Caldwell, “L’ultima rivoluzione dell’Europa”, Garzanti, Milano, 2009, pag. 141). In realtà, chi aveva commissionato lo studio si ostinava ad affermare che tutto andasse bene dal punto di vista interetnico, ma in realtà la convivenza risultava sempre problematica (Ibidem, pag. 142).

Difatti, il tanto decantato incontro sociale tra autoctoni e immigrati (in questo caso musulmani) si realizzava solamente nei negozi, sorretto dalla cortesia fittizia di un incontro occasionale.

Pertanto, rimaneva il dubbio che si fosse davanti a segregazione autonoma degli stessi musulmani, oppure imposta latentemente dal sistema sociale locale (Ibidem, pag. 143).

 

Islamizzazione del ghetto

All’interno dell’area urbana che occupano, gli immigrati musulmani instaurano e replicano usi costumi e leggi tradizionali importate dal paese di origine. La cultura e la legge islamica possono e, in molti casi devono, diventare il segno distintivo rispetto al resto dell’area metropolitana.

La comunità islamica per così dire islamizza il proprio ambiente urbano (F. Dassetto, A Bastenier, “Europa: nuova frontiera dell’Islam”, Ed. Lavoro, Roma, 1991, pag. 113-114).

Il saggista statunitense Caldwell ha introdotto il termine “spazi della sharia”, per descrivere le ampie zone urbane occidentali in cui esiste una progressiva e inesorabile de-assimilazione della cultura europea, a favore della dilagante cultura islamica (C. Caldwell, “L’ultima rivoluzione dell’Europa”, Garzanti, Milano, 2009, pag. 146-147).

Si tratta di società parallele o vere colonie etniche.

Oltre ai segni ben visibili dei musulmani per strada (abbigliamento, velo per le donne e barba tradizionale per gli uomini), l’islamizzazione del ghetto ha il suo momento più importante nella identificazione del luogo di culto.

 

Il fulcro del ghetto islamico: la moschea

Come succedeva nell’antico e tradizionale ghetto urbano ebraico, anche quello islamico si stringe attorno al luogo di culto, sia esso ufficiale o clandestino: la moschea (J. Cesari, “Musulmani in Occidente”, Vallecchi, Firenze, 2005, pag. 38; C. Saint-Blancat, a cura di, “L’Islam in Italia”, Edizioni Lavoro, Roma, 1999, pag. 71-72).

Le moschee in Europa ricoprono almeno quattro funzioni principali:

1) creazione e istituzionalizzazione del luogo di culto;

2) ristrutturazione sociale e culturale verso l’isolamento e l’emarginazione;

3) creazione di uno spazio sociale simbolico che fornisca un’immagine positiva dell’Islam da diffondere in terra straniera, mediante la quale negoziare con le istituzioni locali;

4) mantenimento e conservazione dell’educazione religiosa e dell’identità culturale e linguistica, da trasferire ai giovani e all’intera comunità islamica immigrata, in termini di controllo sociale comunitario (E. Pace, “Sociologia dell’Islam”, Carocci, Roma, 1999, pag. 205; F. Dassetto, A Bastenier, “Europa: nuova frontiera dell’Islam”, Ed. Lavoro, Roma, 1991, pag. 100).

 

Pratica del ghetto islamico: EUROISLAM

L’insediamento islamico nel ghetto diventa un avamposto dentro alla società occidentale.

Le varie comunità islamiche incaricano propri rappresentanti che devono presentare specifiche istanze alle locali amministrazioni; sostanzialmente si prefiggono di ottenere vantaggi sociali.

L’estraterritorialità è una delle più frequenti richieste: le comunità islamiche chiedono allo stato di disinteressarsi alle pratiche culturali, sociali e religiose interne alla comunità islamica, ad esempio per matrimonio e divorzio (C. Saint-Blancat, a cura di, “L’Islam in Italia”, Edizioni Lavoro, Roma, 1999, pag. 88), macellazione rituale delle bestie.

In pratica, il quartiere ghetto islamico dovrebbe diventare (ma in molti casi è già di fatto) una zona franca, giuridicamente e socialmente.

Gli studiosi accademici (e naturalmente i politici) si affrettano, però, a spiegare che gli immigrati musulmani desiderano ottenere la cittadinanza e vivere in pace.

In ricerche pubblicate qualche tempo fa, alcuni ricercatori hanno apertamente parlato di Europa quale “nuova frontiera dell’Islam”, insistendo sulla pluralità della presenza metropolitana delle diverse comunità musulmane: asiatiche, africane, balcaniche, mediorientali, che esprimono proprie vie di integrazione sociale (E. Pace, “Sociologia dell’Islam”, Carocci, Roma, 1999, pag. 203-204).

A nostro parere, parlare di EUROISLAM è un modo particolarmente ambiguo di trattare l’argomento degli insediamenti musulmani in Europa, derubricando il tutto a innocue presenze esotiche (F. Dassetto, A Bastenier, “Europa: nuova frontiera dell’Islam”, Ed. Lavoro, Roma, 1991).

 

Ghetto islamico e politica

Nei ghetti islamici francesi, belgi, inglesi sono nati e cresciuti i personaggi più efferati che hanno attaccato il “corrotto” Occidente.

Il tema Islam e terrorismo “islamista” è enormemente complesso, tuttavia pare che sia stato congeniato ad arte per essere ora tirato da un lato, ora dall’altro, ma sostanzialmente sottoposto alla gogna mediatica del politicamente corretto: l’islamofobia (si veda il nostro contributo: “Islamofobia e speculazione mediatica“).

Il tema del terrorismo islamico/islamista è correlato al risveglio dell’identità islamica (R. Guolo, “Il partito di Dio”, Guerini e Associati, Milano, 1994, pag. 16), fieramente ostentato nei quartieri islamizzati.

L’Islam è religione e politica insieme (R. Guolo, “L’Islam è compatibile con la democrazia?”, Laterza, Roma-Bari, 2007, pag. 33), non è possibile scindere le due componenti e dichiarare di aver capito l’intera filosofia musulmana.

Per gli islamisti la democrazia minaccia poi l’unità della comunità musulmana, originando individualismo e ingiustizia” (Ibidem, pag. 58).

L’immigrazione islamica in Occidente, e la concomitante creazione del ghetto islamico, rappresentano l’espressione dell’Islam politico, mentre per l’opinione pubblica europea si tratta solamente di una questione umanitaria (C. Caldwell, “L’ultima rivoluzione dell’Europa”, Garzanti, Milano, 2009, pag. 128-129).

E’ una questione politica e sociale di convivenza, trovare quartieri ghetto totalmente avulsi dal resto della cultura maggioritaria e pure dalla legislazione vigente, che raffigurano un vero e proprio corpo sociale estraneo (Ibidem, pag. 130-131).

 

I ghetti islamici in Europa

Se potessimo mettere vicini tutti i quartieri o le zone urbane riconoscibili come ghetti islamici in Europa, potremmo sicuramente avere un quadro orizzontale dall’impatto inquietante.

In tantissime città e metropoli europee, i musulmani sono la maggioranza dominante, nonostante le autorità continuino a chiamarli “minoranza etnica”.

Amsterdam, Rotterdam, Strasburgo, Marsiglia, Parigi, Duisburg, Colonia, Berlino (Kreuzberg, Neukoeln), Manchester, Blackburn, Bradford, Dewsbury, Leicester, East London sono le più famose città europee in cui la presenza musulmana ha travalicato il ghetto islamico, facendo sentire la propria partecipazione nella vita politica, oltre che anagrafica (Ibidem, pag. 131-132).

Bruxelles non è soltanto Molenbeek, il quartiere ghetto ormai famigerato per aver custodito alcuni giovani terroristi islamici. Esiste anche Kuregem, dove le autorità evitano di entrare.

In base a indagini ben argomentate, le autorità belghe temono che il Belgio possa diventare uno stato islamico nel tempo di un decennio.

In Svezia sono state censite decine di zone urbane (quartieri ghetto) controllate di fatto dagli esponenti delle locali comunità islamiche. Stoccolma e Malmoe sono le prime e più importanti città svedesi sospese tra la legge nazionale e la sharia.

 

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I ghetti islamici in Italia

Ovviamente anche nel nostro Paese sono stati individuati numerosi quartieri metropolitani divenuti zone franche controllate dalle locali comunità musulmane.

Torino, Genova, Milano, Padova e Roma contano ampie zone urbane in cui vige la sharia islamica. E’ consuetudine l’occupazione del suolo pubblico assieme a quella degli alloggi popolari. Altre città attendono una seria esplorazione e un censimento dei quartieri ghetto.

Gli studiosi accademici la chiamano guerra dei poveri, per sottolineare che a contendersi le risorse basilari sono gli indigenti italiani e gli immigrati.

Tuttavia, rimane il fatto dell’occupazione di ampie aree urbane che diventano zone franche, in cui lo Stato non riesce a far rispettare la legalità e a proteggere i suoi cittadini.

 

Per approfondire:

F. Pastore, I. Ponzo, a cura di, “Concordia Discors – Convivenza e conflitto nei quartieri di immigrazione”; Carocci, Roma, 2012

A. Caragiuli, “Islam metropolitano”, Edizioni EDUP, Roma, 2013

P. Guidicini, “Migrantes”, F. Angeli, Milano, 2008

 

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Il ghetto islamico del quartiere San Siro a Milano

 

Il ghetto di Via Anelli a Padova

 

Il corpo sociale estraneo e i suoi difensori

Il risultato di anni di studi sul ghetto hanno evidenziato che la comunità occupante è fiera portatrice e custode di una cultura (oltre a usi e costumi, religione) altra rispetto alla maggioranza della popolazione metropolitana.

Nel caso degli insediamenti ebraici, si è trattato di auto segregazione prima e segregazione indotta poi, ma in nessun caso storico è mai esistita una aperta ostilità culturale degli ebrei verso la cultura di maggioranza. Semmai si è verificato il contrario.

Per quanto riguarda i ghetti etnici afroamericani, la segregazione è risultata di fatto politica oltre che sociale, gli studi hanno evidenziato ostacoli sostanziali posti dalle amministrazioni e dalla comunità locali all’uscita dei neri d’America dai loro ambienti di quartiere.

In ambedue i casi, siamo di fronte a corpi estranei decretati dalla maggioranza, nonostante la volontà di partecipare alla vita sociale attiva da parte degli stessi gruppi.

Al contrario, nel caso del ghetto islamico, siamo di fronte all’esistenza di un gruppo etnico di fatto culturalmente lontano dal resto della cultura dominante, in molti casi lontano anche dalla legislazione nazionale. Si tratta di un corpo estraneo auto referenziale.

La comunità islamica preme sull’amministrazione locale più per ottenere privilegi di legge e urbanistici (la moschea, gli esercizi commerciali halal, zone franche, eccetera) che per partecipare a una qualsivoglia attività di integrazione sociale. Gli immigrati musulmani di prima, seconda e terza generazione si rendono protagonisti piuttosto della de-assimilazione rispetto alla cultura che li ospita (C. Caldwell, “L’ultima rivoluzione dell’Europa”, Garzanti, Milano, 2009, pag. 147).

Nonostante la realtà dei fatti, intellettuali, studiosi e politici si schierano a favore dell’autodeterminazione e autonomia generale della cosiddetta minoranza islamica locale/nazionale.

Intellettuali e politici accusano di islamofobia, razzismo e ignoranza chiunque osi confutare (magari con indagini alla mano) l’opportunità di integrazione (fittizia) delle varie comunità islamiche.

Non è mai stata divulgata la piena e inderogabile presa di distanza delle varie comunità islamiche immigrate in Occidente di fronte ai gravi fatti di sangue compiuti da correligionari in Europa, Medioriente, Asia. E’ stato appurato dalle forze dell’ordine che i terroristi, che hanno agito in Francia, Belgio, Inghilterra, erano stati sostenuti, aiutati, supportati dalla loro comunità insediata nel quartiere da cui erano partiti.

 

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